di Giuseppe Gagliano –

Il raid congiunto condotto da Francia e Regno Unito contro depositi e tunnel dello Stato Islamico a nord di Palmira non è soltanto un’operazione antiterrorismo. È, soprattutto, un segnale politico e strategico che va ben oltre l’obiettivo militare immediato. Colpire l’Isis in Siria oggi significa intervenire in un Paese che non è più quello della lunga guerra civile, ma un laboratorio instabile di transizione, legittimazione e riallineamento internazionale.

La caduta di Bashar al-Assad e il suo esilio a Mosca hanno aperto una fase inedita. Il nuovo potere di Ahmad al-Sharaa, ex jihadista divenuto in tempi rapidissimi interlocutore dell’Occidente, ha beneficiato di una sorprendente apertura di credito. Londra e Parigi hanno allentato le sanzioni e riaperto canali di cooperazione diretta, anche militare. In questo contesto, il ritorno operativo dell’Isis non è solo una minaccia residuale: è un banco di prova per la nuova Siria e per chi scommette sulla sua “normalizzazione”.

Dal punto di vista tattico, l’uso di munizionamento di precisione Paveway 4 da parte dei Eurofighter Typhoon britannici e dei Dassault Rafale francesi rientra in una dottrina ormai consolidata. Ma la scelta di colpire strutture sotterranee dell’Isis a Palmira ha un valore simbolico: dimostrare che il jihadismo non è sconfitto, ma nemmeno intoccabile. E soprattutto che la nuova leadership siriana è disposta a collaborare apertamente con l’Occidente contro il suo passato più ingombrante.

Il dato più rilevante è forse un altro. Per la prima volta dopo anni, Francia e Regno Unito conducono un’operazione aerea coordinata contro l’Isis senza il supporto diretto degli Stati Uniti. L’ultimo precedente risaliva al 2018, quando Parigi, Londra e Washington colpirono insieme il regime siriano. Oggi, invece, l’assenza americana è parte del messaggio. In una NATO in cui gli Stati Uniti tendono a delegare sempre più la sicurezza europea ai partner continentali, l’interoperabilità franco-britannica diventa una necessità strategica, non un esercizio di stile.

La presenza residua dello Stato Islamico offre a Londra e Parigi una duplice opportunità. Da un lato, mantenere la pressione su un attore che resta capace di colpire, come dimostrato dall’attentato costato la vita a militari statunitensi a Palmira. Dall’altro, testare capacità operative comuni, già sperimentate in esercitazioni come Volfa 2025, in uno scenario reale ma politicamente gestibile.

Questo raid va letto anche come un tassello della ridefinizione della sicurezza europea. Con una NATO sempre più sbilanciata verso il contenimento globale e con Washington meno incline a farsi carico in prima persona delle crisi regionali, Francia e Regno Unito si preparano a colmare il vuoto. La Siria diventa così un terreno di addestramento politico e militare per un’Europa che, suo malgrado, deve imparare a usare la forza senza l’ombrello americano.

Il raid contro l’Isis non cambia gli equilibri sul terreno siriano. Ma chiarisce una traiettoria. L’Occidente scommette su una Siria post-Assad integrabile, controllabile e cooperativa. L’Isis, paradossalmente, diventa lo strumento attraverso cui questa scommessa viene testata. Non è la fine del jihadismo il vero obiettivo. È la costruzione di un nuovo ordine regionale, fragile e contraddittorio, ma ritenuto preferibile al caos permanente.