di Giuseppe Gagliano

L’incursione all’alba del 3 gennaio nella campagna di Quneitra non è un episodio isolato, ma l’ennesimo tassello di una dinamica ormai strutturale. Le forze di Israele hanno avanzato da Bir Ajam verso Bariqa con una colonna leggera ma chiaramente identificabile: pickup e mezzi blindati, movimento rapido, nessun presidio fisso. Un’operazione che dice molto più di quanto sembri, perché non mira a occupare formalmente, bensì a misurare, segnalare, testare.

Il giorno precedente, nella campagna occidentale di Daraa, uno schema analogo: pattuglie, checkpoint temporanei, controlli mirati, poi il rientro verso basi di nuova istituzione. Non è la logica dell’offensiva classica, ma quella dell’erosione. L’incursione diventa routine, la routine diventa controllo di fatto. Nel bacino dello Yarmouk e lungo le arterie locali, la presenza israeliana si manifesta e si ritrae, lasciando però una traccia politica: il territorio è contendibile, quindi conteso.

La caduta di Bashar al-Assad l’8 dicembre 2024 ha aperto un vuoto che Israele ha interpretato secondo una logica di sicurezza preventiva. Oltre le linee delle Alture del Golan, sono sorte basi, zone cuscinetto, nuovi punti di controllo. Ufficialmente misure temporanee. Nella percezione delle comunità locali, un ridisegno silenzioso dello spazio di confine.

Il governo ad interim guidato da Ahmed al-Sharaa prova a tenere insieme due esigenze inconciliabili: ricostruire lo Stato e rassicurare un vicino che non si fida. I colloqui diretti, inediti per frequenza e forma, non hanno prodotto un’intesa stabile. Nel frattempo, gli attacchi aerei e le incursioni terrestri continuano, con l’obiettivo dichiarato di neutralizzare arsenali e infrastrutture ereditate dal vecchio regime prima che finiscano in mani ostili.

La decisione del primo ministro Benjamin Netanyahu di ordinare interventi nel Sud anche in nome della protezione della minoranza drusa introduce una dimensione ulteriore: la sicurezza come responsabilità extraterritoriale. È un argomento potente sul piano politico interno israeliano, ma altamente destabilizzante sul terreno, dove ogni intervento armato riattiva fratture comunitarie e sospetti.

L’episodio del 28 novembre a Beit Jinn segna un punto di non ritorno simbolico. Un’operazione per catturare due militanti libanesi si trasforma nello scontro più letale dall’uscita di scena di Assad: civili uccisi, famiglie spezzate, sfollamenti. La versione delle Forze di Difesa Israeliane parla di operazioni di routine; quella di Damasco denuncia un bombardamento deliberato. Due narrazioni inconciliabili che convivono, come spesso accade, senza un arbitro credibile.

Israele non sta cercando una guerra aperta con la Siria. Sta costruendo qualcosa di più sottile: una profondità strategica informale, fatta di incursioni ripetute, basi avanzate e messaggi chiari agli attori armati locali. È una strategia che costa poco in termini militari, ma molto in termini politici per un Paese già esausto. E proprio per questo funziona.

Il sud della Siria diventa così un laboratorio di controllo senza annessione, di occupazione senza dichiarazione, di sicurezza senza pace. Un equilibrio instabile, destinato a durare finché nessuno avrà la forza, o l’interesse, di romperlo.