di Giuseppe Gagliano

Negli ultimi mesi la figura del generale Hussein al-Salama, capo del Servizio di Intelligence Generale siriano (GIS), è diventata centrale nella riorganizzazione delle relazioni di sicurezza della Siria con i Paesi vicini. In un contesto segnato da instabilità cronica, da pressioni internazionali e da crescenti timori per le mosse future di Israele, Damasco sta cercando di costruire una rete di cooperazione multilivello per rafforzare la propria resilienza interna e ridurre l’isolamento geopolitico. Al-Salama è diventato il principale architetto di questa strategia silenziosa, che passa meno dalla diplomazia ufficiale e più da canali paralleli di intelligence e sicurezza.

Dopo un incontro ad Ankara il 13 agosto 2025, al-Salama ha moltiplicato le missioni riservate con delegazioni di sicurezza provenienti da Turchia, Iraq, Giordania e Libano. Questi incontri, spesso lontani dai riflettori ufficiali, mirano a creare meccanismi di scambio informativo, pattugliamenti coordinati e forme di cooperazione su dossier sensibili: infiltrazioni jihadiste, traffici illegali di armi e stupefacenti, movimenti transfrontalieri di gruppi armati. Il GIS siriano, che ha competenza sia su intelligence interna che estera, sta cercando di assumere un ruolo guida nella costruzione di un “cordone di sicurezza” regionale che protegga la Siria dai rischi derivanti dalla sua frammentazione territoriale.

La crescente attività israeliana lungo i confini e i raid mirati contro postazioni siriane e iraniane hanno spinto Damasco a rafforzare i propri canali di allerta anticipata. Secondo fonti di sicurezza regionali, al-Salama avrebbe discusso con Ankara e Baghdad la possibilità di creare sistemi di scambio d’informazioni in tempo reale, specialmente su movimenti aerei e operazioni clandestine israeliane in territorio siriano e libanese. La preoccupazione è che eventuali nuove offensive israeliane possano destabilizzare ulteriormente le già fragili linee di controllo interno e compromettere gli equilibri con Hezbollah e le milizie filo-iraniane.

La strategia di al-Salama si inserisce in un quadro più ampio: la Repubblica Araba Siriana, sotto la guida del presidente Bashar al-Assad, non può contare su una normalizzazione diplomatica piena con l’Occidente, ma può utilizzare la cooperazione in materia di sicurezza come strumento di reinserimento graduale nello spazio regionale. Offrendo informazioni preziose su reti jihadiste, rotte di contrabbando e movimenti di milizie, Damasco punta a diventare un interlocutore utile, soprattutto per quei governi che, pur diffidando del regime, hanno un interesse diretto nella stabilità dei confini.

Tuttavia, questa apertura non è priva di rischi. Il GIS resta un apparato altamente centralizzato, accusato per anni di violazioni sistematiche dei diritti umani e di repressione interna brutale. Per molti governi, collaborare apertamente con Damasco su temi di sicurezza significa esporsi a critiche politiche interne e internazionali. Inoltre il sistema di intelligence siriano dipende ancora in larga parte dal sostegno tecnico e operativo di Iran e Federazione Russa, il che limita i margini di autonomia strategica.

Nonostante questi vincoli, al-Salama sembra determinato a posizionare la Siria al centro di una rete di intelligence regionale più fluida e pragmatica. Una mossa che, se consolidata, potrebbe ridefinire le geometrie di potere nell’area levantina, offrendo a Damasco un canale di sopravvivenza politica e strategica al di fuori delle logiche sanzionatorie occidentali. La costruzione di un’“alleanza di sicurezza di fatto” tra apparati regionali potrebbe rappresentare uno dei fronti più rilevanti della nuova fase postbellica siriana.