Siria. La strategia dell’accerchiamento e la partita sul futuro delle città curde

di Giuseppe Gagliano –

Le dichiarazioni del portavoce delle People’s Protection Units, Siyamend Ali, descrivono un conflitto che non è più solo militare, ma strategico. La manovra delle forze governative siriane non punta tanto alla conquista rapida dei territori, quanto all’isolamento progressivo delle città curde lungo gli assi logistici principali, in particolare l’autostrada M5 e i collegamenti con il confine iracheno. L’obiettivo è separare i centri urbani, spezzare le linee di rifornimento e trasformare le enclave curde in isole vulnerabili.
Sul terreno, gli scontri intorno a Kobane, Jazeerah, Hasakah e Qamishli indicano una pressione coordinata, sostenuta da artiglieria, veicoli blindati e droni di fabbricazione turca. L’uso di tecnologie e tattiche già sperimentate da Ankara nelle operazioni precedenti contro i curdi suggerisce un coinvolgimento turco che va oltre la semplice complicità politica.
La presenza di armamenti turchi e di milizie filo-Ankara in prima linea segnala una convergenza di interessi tra Damasco e Ankara, storicamente avversarie ma oggi accomunate dal timore di un’autonomia curda consolidata. Per la Turchia, il contenimento delle aspirazioni curde resta una priorità strategica; per il governo siriano, l’indebolimento delle SDF rappresenta un passaggio essenziale per riaffermare la sovranità territoriale.
Questa convergenza produce un effetto geopolitico rilevante: la questione curda diventa il punto di incontro tra logiche di sicurezza nazionale, ambizioni regionali e ridefinizione degli equilibri post-Assad.
Secondo Ali, la coalizione a guida statunitense mantiene una presenza aerea e militare soprattutto per proteggere le proprie basi e le strutture che ospitano prigionieri dello Stato Islamico. Ma l’assenza di una chiara volontà di deterrenza nei confronti delle forze governative siriane alimenta il sospetto che Washington stia progressivamente ridimensionando il proprio impegno politico a sostegno delle SDF.
Il silenzio del CENTCOM, contrapposto all’attivismo del 2019, viene interpretato come un tacito via libera a Damasco e ai suoi alleati. Sullo sfondo, la gestione delle prigioni dell’ISIS e le evasioni sospette sollevano interrogativi inquietanti sul futuro della minaccia jihadista e sul rischio di una sua strumentalizzazione.
Il parziale passaggio di combattenti arabi dalle SDF alle forze governative rivela una realtà spesso trascurata: la lealtà delle tribù locali è fluida e sensibile agli equilibri di potere. Se il nuovo leadership siriana riesce a cooptare settori tribali nelle regioni orientali, l’architettura multietnica costruita dalle SDF rischia di incrinarsi.
Al tempo stesso, la permanenza di brigate arabe all’interno delle SDF dimostra che il progetto politico curdo conserva una certa attrattiva, soprattutto laddove promette rappresentanza, sicurezza e una visione inclusiva dello Stato.
Il progressivo disimpegno russo dalle basi e dall’aeroporto di Qamishli priva il teatro siriano di un attore che, negli anni precedenti, aveva svolto un ruolo di equilibrio tattico tra curdi e Turchia. La perdita di influenza di Mosca apre uno spazio che Damasco e Ankara stanno cercando di occupare rapidamente, ridefinendo i rapporti di forza sul terreno.
Il timore evocato dalle SDF di una possibile pulizia etnica in caso di ingresso delle forze governative nelle città curde non è solo propaganda. Le segnalazioni di atrocità nelle regioni costiere e meridionali nel 2025 alimentano un clima di paura che potrebbe tradursi in nuovi flussi di profughi verso Turchia e Iraq.
L’accordo di cessate il fuoco del 18 gennaio e i tentativi di integrazione delle istituzioni delle SDF nello Stato centrale rappresentano un fragile argine al collasso. Ma la diffidenza reciproca, le ambizioni territoriali di Damasco e la percezione curda di una minaccia esistenziale rendono il processo estremamente instabile.
La Siria nord-orientale si avvicina a un punto di svolta. La strategia dell’isolamento delle città curde non è solo una tattica militare, ma una mossa politica volta a ridefinire l’assetto dello Stato siriano e a ridimensionare l’esperimento autonomista delle SDF. Il rischio è che, dietro la retorica della sovranità e dell’unità nazionale, si consumi una nuova fase di conflitto, repressione e destabilizzazione regionale.