di Giuseppe Gagliano –
La storia si ripete, e questa volta potrebbe essere ancora più devastante. Secondo un’esclusiva del Wall Street Journal, le forze turche si stanno preparando per un’operazione militare nel nord-est della Siria, con un accumulo di truppe e armamenti lungo il confine nei pressi di Kobane. La notizia, confermata da funzionari statunitensi, richiama sinistramente le dinamiche che hanno preceduto l’invasione del 2019. Allora, come oggi, l’occidente osserva da lontano, incapace o poco desideroso di intervenire.
Recep Tayyip Erdogan ha fatto della questione curda un pilastro della sua politica interna ed estera. Per Ankara le Syrian Democratic Forces (SDF) non sono altro che un’estensione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), classificato come organizzazione terroristica. Eppure per gli Stati Uniti quelle stesse forze curde sono state alleate cruciali nella lotta contro lo Stato Islamico. Questo duplice status delle SDF riflette perfettamente la schizofrenia della politica internazionale: amici per alcuni, nemici per altri.
Il segretario di Stato Antony Blinken ha tentato di scongiurare l’escalation durante la sua recente visita in Turchia, ma è tornato a Washington a mani vuote. Erdogan non ha fornito alcuna garanzia, confermando di fatto il suo disprezzo per le pressioni occidentali. La Turchia, forte del suo ruolo strategico nella NATO e del suo controllo sul flusso di migranti verso l’Europa, sa di poter agire senza temere serie conseguenze.
Nel frattempo la regione è sull’orlo di un disastro umanitario. Secondo il rapporto un’invasione potrebbe sfollare oltre 200mila civili curdi e mettere a rischio le comunità cristiane locali. Ilham Ahmed, alto funzionario dell’amministrazione curda, ha lanciato un appello disperato al presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump chiedendogli di intervenire per fermare l’offensiva. Ma con l’insediamento della nuova amministrazione ancora lontano, la finestra di opportunità per evitare il peggio si sta chiudendo rapidamente.
Il problema tuttavia non è solo di natura militare o umanitaria. Una nuova operazione turca rischia di destabilizzare ulteriormente un quadro già compromesso. Le SDF, che collaborano con le truppe americane per eliminare i residui dello Stato Islamico, potrebbero trovarsi costrette a spostare le loro forze per difendere i territori curdi, lasciando spazio ai jihadisti di riemergere. Kobane, simbolo della resistenza contro l’ISIS, potrebbe diventare il teatro di un nuovo capitolo di violenza e distruzione.
Erdogan non si limita a inseguire obiettivi militari. La sua strategia mira anche a consolidare la posizione della Turchia come potenza regionale, sfruttando l’instabilità per rafforzare il suo controllo sui territori curdi. Le dichiarazioni di Abu Mohammed al-Jolani, leader di Hay’at Tahrir al-Sham, che elogiano la cooperazione tra Turchia e Siria, sembrano confermare che Ankara sta giocando su più fronti, bilanciando rapporti con fazioni locali e Stati rivali.
L’occidente dal canto suo osserva in silenzio. Gli Stati Uniti, pur consapevoli delle conseguenze di un’invasione, evitano uno scontro diretto con la Turchia, mentre l’Europa, distratta dai suoi problemi interni, si limita a gestire le conseguenze anziché affrontare le cause.
Questa inerzia politica ha un costo altissimo, pagato da chi vive sulla linea del fronte. Se l’invasione turca avrà luogo, non sarà solo una tragedia per la Siria, ma anche l’ennesima dimostrazione di come il mondo lasci che le questioni locali diventino emergenze globali. Erdogan ha capito che può agire impunemente, e finché questo equilibrio resterà intatto, continuerà a farlo. Per i curdi, e per chi crede in una politica internazionale più giusta, non resta che la resistenza. E la speranza.




