Siria. Le fazioni curde tentano l’unità: una conferenza per il futuro

di Giuseppe Gagliano

In una Siria ancora lacerata da anni di conflitto e in un Medio Oriente percorso da nuove tensioni, le fazioni curde cercano di compiere un passo che potrebbe cambiare il volto della loro presenza politica. Ieri si è tenuta una conferenza unificata, annunciata come un evento storico, che ha visto la partecipazione di partiti appartenenti all’Amministrazione autonoma della Siria nord-orientale (DAANES), conosciuta anche con il nome di Rojava, e dei loro rivali politici riuniti sotto il Consiglio Nazionale Curdo (KCK). L’obiettivo dichiarato non era di poco conto: delineare in modo unitario le principali richieste dei curdi siriani al governo di Damasco e discutere apertamente, senza mediazioni esterne, del proprio futuro e dei propri diritti.
L’annuncio della conferenza è stato dato da Mazloum Abdi, comandante delle Syrian Democratic Forces (SDF), una delle figure più autorevoli della galassia politica e militare curda. Un annuncio che giunge al termine di un lungo percorso disseminato di ostacoli, mediazioni estenuanti, e forti pressioni, soprattutto da parte degli Stati Uniti, che hanno visto nell’unità curda un possibile strumento di stabilizzazione della regione e di contrappeso all’influenza crescente del governo siriano.
La rilevanza dell’evento è stata sottolineata dalle parole di Faisal Youssef, portavoce ufficiale del Consiglio Nazionale Curdo, che ha definito la conferenza come un “traguardo significativo” per la causa curda in Siria. In un’intervista rilasciata ad al-Araby al-Jadeed, Youssef ha espresso la propria gratitudine nei confronti del popolo curdo, che, nonostante anni di divisioni e sospetti reciproci, ha continuato a invocare l’unità delle proprie forze politiche in un momento che egli stesso ha definito “storico” per la nazione siriana. Un ringraziamento particolare è stato rivolto al presidente del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, considerato uno degli artefici discreti ma decisivi dell’intesa raggiunta, e al generale Abdi, il cui ruolo di mediatore si è rivelato determinante.
La conferenza, battezzata “Conferenza per l’unità curda e la visione comune”, ha visto la partecipazione di una vasta gamma di soggetti: organizzazioni della società civile, gruppi femminili, movimenti giovanili e figure sociali indipendenti, provenienti da tutte le regioni a maggioranza curda. L’intento era ambizioso: arrivare a una bozza unificata che potesse riassumere le posizioni dei principali partiti politici curdi e servire da base per negoziati futuri con il governo di Bashar al-Assad. Un compito arduo, se si considerano le fratture profonde che per anni hanno lacerato il fronte curdo, spesso diviso non solo da divergenze strategiche, ma anche da accuse reciproche di tradimento e repressione.
Le radici di questo nuovo tentativo di dialogo affondano nei mesi precedenti. Già il mese scorso, il Partito dell’Unione Democratica (PYD), forza dominante nella regione della Rojava, aveva annunciato l’intenzione di organizzare una conferenza congiunta con il KCK. Una mossa emersa dopo un incontro ad alto livello che aveva visto la partecipazione di Mazloum Abdi e di Scott Bowles, inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria settentrionale ed orientale. I colloqui non erano nati dal nulla: per anni, incontri preliminari si erano susseguiti tra Qamishli e il Kurdistan iracheno, nel tentativo – finora frustrato – di costruire una piattaforma politica comune in vista di eventuali trattative dirette con Damasco.
Secondo quanto riferito da Nemat Daoud, membro della presidenza del KCK in Siria, la riunione ad al-Hasakah aveva già permesso di raggiungere un accordo su una visione politica condivisa. Un passo che, pur senza cancellare le diffidenze, ha posto le basi per la convocazione della conferenza unificata di aprile.
L’importanza dell’iniziativa va ben oltre la scena politica curda. In un momento in cui il governo siriano appare determinato a riacquisire il controllo su tutte le province del Paese, la capacità dei curdi di presentarsi come interlocutori uniti può fare la differenza tra una marginalizzazione irreversibile e una posizione negoziale di forza.
Nel decennio trascorso dall’inizio della guerra civile, i curdi sono riusciti a creare un sistema di autogoverno di fatto nel Nord e nel Nord-Est della Siria, costruendo istituzioni autonome, difese territoriali e una rete sociale radicata. Tuttavia, la loro condizione giuridica è rimasta precaria, sempre appesa al filo sottile degli equilibri geopolitici regionali.
Le divisioni interne hanno spesso rappresentato il principale tallone d’Achille del movimento curdo. In particolare, il KCK ha più volte accusato il PYD di monopolizzare il potere all’interno dell’Amministrazione Autonoma, di perseguitare i membri dei partiti rivali e di escludere sistematicamente tutte le forze che non si riconoscevano nel suo progetto politico. Il risultato è stato uno stallo politico che ha impedito, finora, ai curdi di presentarsi con una voce sola nei negoziati con il governo centrale.
Ora la conferenza del 26 aprile potrebbe cambiare lo scenario. Se l’intesa riuscirà a resistere alle pressioni interne ed esterne, e se il documento unificato che ne scaturirà sarà realmente accettato da tutte le fazioni coinvolte, i curdi siriani potrebbero finalmente parlare con una sola voce a Damasco.
Un obiettivo tanto più urgente in una fase in cui il regime di Assad, pur avendo riconquistato la gran parte del territorio nazionale, deve ancora affrontare il nodo della legittimità delle strutture di autogoverno nate nel caos della guerra.
Per ora, la prudenza resta d’obbligo. I precedenti non mancano, e troppe volte in passato le buone intenzioni si sono infrante contro il muro della sfiducia e delle rivalità personali. Eppure, in un Medio Oriente in continua ebollizione, anche piccoli segnali di unità come questo potrebbero produrre effetti di lunga durata.
In gioco non c’è solo il destino di una minoranza etnica che rappresenta circa il 10% della popolazione siriana. In gioco c’è la possibilità che i curdi, dopo decenni di marginalizzazione e repressione, riescano finalmente a guadagnarsi un ruolo stabile e riconosciuto nel futuro della Siria.