La Siria è attraversata dalle più estese proteste dalla caduta di Bashar al-Assad, dopo l’aumento del 40 per cento del prezzo del gasolio, del 26-28 per cento della benzina e di circa il 9 per cento del gas domestico e industriale. Le manifestazioni hanno provocato blocchi stradali, anche lungo l’autostrada Damasco-Aleppo, mentre in alcune località sono stati incendiati pneumatici e fermate autocisterne.
I manifestanti chiedono il ripristino dei prezzi precedenti e la sostituzione dei ministri dell’Energia e dell’Economia e dei vertici della compagnia petrolifera siriana. La contestazione rappresenta una delle prime importanti prove sociali per il presidente Ahmed al-Sharaa, alla guida della Siria dopo la caduta del precedente regime nel dicembre 2024.
Il rincaro colpisce una popolazione già fortemente impoverita dalla guerra. Secondo una valutazione delle Nazioni Unite pubblicata nel 2025, circa nove siriani su dieci vivono in condizioni di povertà. Rispetto a febbraio, inoltre, il prezzo della benzina a 95 ottani è aumentato di circa l’86 per cento, mentre quello del gasolio è più che raddoppiato.
Il governo attribuisce gli ultimi aumenti al maggiore costo dei prodotti raffinati, dei trasporti e delle assicurazioni, aggravato dalle tensioni sulle rotte marittime mediorientali. A pesare è anche la manutenzione della raffineria di Baniyas, che ha temporaneamente ridotto la capacità nazionale di trasformare il greggio in carburante.
Secondo il ministero dell’Energia, circa il 60 per cento del gasolio distribuito quotidianamente in Siria proviene attualmente dalle importazioni. Le autorità sostengono che l’aumento dei prezzi sia necessario per recuperare almeno parte dei costi sostenuti per acquistare il carburante all’estero e garantire le forniture successive.
Damasco si trova così davanti a un difficile equilibrio. Ripristinare i vecchi prezzi senza compensare la differenza con risorse pubbliche potrebbe rendere più difficile finanziare nuove importazioni, aumentando il rischio di carenze. Mantenere gli aumenti senza misure di sostegno rischia invece di trasferire il costo della crisi su famiglie, trasportatori e agricoltori, alimentando ulteriormente il malcontento.
Il maggiore controllo governativo sui giacimenti petroliferi non è sufficiente a risolvere rapidamente il problema. Secondo la Banca mondiale, nel 2026 le autorità di transizione hanno esteso significativamente il proprio controllo sulle aree di produzione di petrolio e gas. Il greggio deve però essere estratto, trasportato e raffinato, mentre una parte della produzione nazionale non sarebbe pienamente compatibile con gli impianti disponibili.
Particolarmente significativa è la distribuzione geografica delle proteste. Il 13 settembre sono state registrate 36 manifestazioni in sei governatorati, circa l’80 per cento delle quali concentrate nel nord-est. La contestazione ha tuttavia raggiunto anche Hama e Idlib, mostrando come il problema abbia superato le tradizionali divisioni territoriali e politiche.
Il nord-est rappresenta un’area particolarmente delicata per il governo di al-Sharaa. Per anni la gestione delle risorse petrolifere e dell’amministrazione locale è stata legata alle strutture a guida curda, la cui integrazione nello Stato centrale rimane un processo complesso. Il passaggio dei giacimenti sotto un maggiore controllo di Damasco alimenta quindi aspettative di miglioramento delle forniture e delle condizioni economiche che finora una parte della popolazione ritiene insoddisfatte.
Anche i blocchi delle autocisterne presentano un rischio. Pur aumentando la pressione sul governo, possono ostacolare la distribuzione del carburante e aggravare le stesse carenze contro le quali si protesta. Una risposta esclusivamente repressiva da parte delle autorità potrebbe però trasformare una vertenza economica in una crisi politica più ampia.
Il governo ha annunciato un’audizione parlamentare del ministro dell’Energia. Per al-Sharaa la gestione del caro carburanti diventa così una prova della capacità del nuovo Stato di affrontare le conseguenze economiche della ricostruzione. Dopo anni di guerra, la stabilità politica della Siria dipenderà anche dalla capacità delle nuove autorità di trasformare il controllo del territorio e delle risorse energetiche in un miglioramento concreto delle condizioni di vita della popolazione.




