di Giuseppe Gagliano –
La visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nel sud della Siria, in un’area occupata dalle Forze di difesa israeliane, rappresenta uno dei gesti più provocatori e politicamente significativi degli ultimi mesi. Un’iniziativa che arriva in un momento di estrema fragilità per la Siria post-Assad e che segnala la volontà di Israele di definire unilateralmente le regole di sicurezza lungo il confine settentrionale. Mentre la comunità internazionale si interroga sulle conseguenze di questa mossa, Damasco denuncia una violazione grave della sovranità e chiede l’intervento immediato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Netanyahu non era solo. Con lui c’erano il ministro degli Esteri Gideon Saar, il ministro della Difesa Israel Katz, il capo di stato maggiore Eyal Zamir e il direttore del servizio di sicurezza Shin Bet, David Zini. La presenza di cinque figure chiave dello Stato israeliano non lascia spazio a interpretazioni: si tratta di un messaggio politico studiato nei minimi dettagli, volto a riaffermare la capacità di Israele di controllare lo spazio strategico oltre il Golan in un quadro regionale che resta estremamente fluido. Per Damasco, invece, si tratta dell’ennesima umiliazione, resa possibile dalla caduta del regime di Bashar al-Assad l’8 dicembre 2024 e dall’incapacità del nuovo governo di ristabilire un’autorità stabile nel Paese.
L’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Ibrahim Olabi, ha definito la visita “un atto di aggressione continua” e ha sollecitato misure immediate per fermare quelle che considera violazioni sistematiche. Olabi ha richiamato il Consiglio alla responsabilità di far rispettare l’accordo di disimpegno del 31 maggio 1974, firmato dopo la guerra del 1973, che aveva istituito una zona cuscinetto pattugliata dalle Nazioni Unite. Netanyhau, invece, ha dichiarato che quell’accordo è ormai “collassato” con la fuga di Assad e che la presenza israeliana ha carattere temporaneo, finalizzata a impedire che “forze ostili” occupino la regione.
Il problema è che temporaneo, nel linguaggio della sicurezza israeliana, raramente significa breve. Negli ultimi mesi le IDF hanno intensificato le operazioni oltre confine: raid aerei, infiltrazioni mirate, posti di blocco nella provincia di Quneitra e arresti di cittadini siriani, azioni che, secondo l’ONU, violano apertamente la sovranità siriana. Il portavoce delle Nazioni Unite, Stephane Dujarric, ha definito la visita “preoccupante”, ricordando che la recente Risoluzione 2799 del Consiglio di Sicurezza ha riaffermato il principio dell’integrità territoriale della Siria.
Il contesto diplomatico resta complicato. Mentre Olabi accusa Israele di oltre mille raid in dieci anni e sostiene che Damasco abbia sempre risposto con richiesta di dialogo, l’ambasciatore israeliano Danny Danon colloca la questione su un piano totalmente diverso. Per Israele, la sicurezza del confine non può prescindere da un cambiamento radicale nella postura siriana: contenimento delle milizie, tutela delle minoranze, fine delle uccisioni arbitrarie e prova concreta che il Paese stia realmente voltando pagina. In assenza di questi segnali, sostiene Danon, la stabilità non può essere garantita.
Sul fronte negoziale le posizioni appaiono distanti. Secondo fonti israeliane riportate dall’emittente Kan, i colloqui in corso tra Siria e Israele per un patto di sicurezza hanno raggiunto un punto morto. Il nodo centrale è la richiesta siriana di un ritiro delle IDF dalle aree occupate, una condizione che Tel Aviv non intende accettare fino a quando non avrà garanzie concrete sulla natura e sui comportamenti delle forze che opereranno lungo la linea del fronte. Nonostante ciò, analisti e corrispondenti sul campo sottolineano che una possibile intesa, per quanto fragile, potrebbe essere raggiunta entro l’anno, proprio perché nessuna delle due parti ha interesse a un’escalation incontrollata.
Tuttavia il clima resta teso. La caduta del regime di Assad ha aperto in Siria una fase di transizione delicatissima, in cui il Paese tenta di riorganizzarsi fra la pressione delle milizie interne, le rivalità regionali e la competizione fra potenze esterne. Israele osserva questo scenario con crescente inquietudine: considera la Siria un territorio vulnerabile all’influenza iraniana e teme la possibilità che gruppi ostili possano stabilirsi nell’area di confine. Da qui la strategia di presenza preventiva, che mira a impedire cambiamenti repentini negli equilibri militari del Sud del Paese.
In definitiva la visita di Netanyahu non è un semplice gesto simbolico: è un tassello nella costruzione di un nuovo quadro di sicurezza, un modo per affermare che Israele non intende lasciare il controllo del proprio immediato vicinato in mano agli sviluppi caotici di una Siria ancora lontana dalla stabilità. Damasco protesta, l’ONU ammonisce, ma gli equilibri sul terreno continuano a evolversi secondo la logica delle potenze regionali più forti. In un Medio Oriente dove la diplomazia fatica a tenere il passo con la realtà, la Siria resta uno degli epicentri di un confronto destinato a durare ancora a lungo.




