Siria. Sanzioni e geopolitica: il difficile ritorno al Palazzo di Vetro

di Giuseppe Gagliano –

L’apparizione del presidente siriano Ahmed al-Sharaa all’Assemblea generale delle Nazioni Unite non è solo un gesto simbolico: è la prima volta dal 1967 che un leader di Damasco prende parola in quella sede. Ma il significato reale è politico e geopolitico. Sharaa, ex capo di Hayat Tahrir al-Sham, è oggi il volto di una Siria che tenta di voltare pagina dopo la caduta del regime di Assad. E lo fa chiedendo a Washington la revoca del Caesar Act, la legge che dal 2019 ha strangolato l’economia siriana in nome della difesa dei diritti umani.
La richiesta di al-Sharaa non nasce dal nulla. Trump ha già ordinato la revoca di molte sanzioni, ma il Caesar Act resta un nodo giuridico e politico. Al Congresso, repubblicani e democratici si dividono in modo trasversale, spinti da pressioni israeliane a non cedere troppo presto. Perché in questa partita non si gioca solo la sorte della Siria, ma anche gli equilibri regionali con Israele.
Al-Sharaa lo dice apertamente: “Abbiamo una grande missione, costruire l’economia”. Parole che rivelano la gravità della crisi siriana. Senza capitali, senza ricostruzione, senza la possibilità di commerciare con l’estero, la Siria resta ostaggio di un embargo che, come accade sempre in questi casi, colpisce più i cittadini che i leader politici. È qui che emerge il paradosso: la legge Caesar, pensata per punire Assad, oggi rischia di punire proprio il Paese che ha scelto di liberarsene.
Non è un caso che Israele spinga per mantenere le sanzioni. Il blocco economico è un’arma non dichiarata, una forma di pressione che vale quanto le incursioni aeree. La stessa logica che abbiamo visto in altre aree: l’uso dello strumento economico per mantenere un vantaggio strategico sul nemico.
Qui il confronto con altri scenari diventa inevitabile. L’ONU, che si mostra inflessibile nel chiedere il mantenimento delle sanzioni contro Damasco, non ha mostrato la stessa fermezza quando la relatrice speciale albanese per i diritti umani ha denunciato le violazioni a Gaza. Lì, il meccanismo delle sanzioni non è mai scattato, nonostante rapporti circostanziati, prove fotografiche, testimonianze dirette di crimini e di una devastazione che ha cancellato interi quartieri.
È la solita geometria variabile dei diritti umani: severi con i deboli, indulgenti con gli alleati. La Siria, paese isolato e senza sponsor forti, è stata per anni la perfetta cavia delle sanzioni. Israele, al contrario, resta al riparo di ogni misura punitiva, anche quando le operazioni militari a Gaza superano di gran lunga i confini della proporzionalità e mettono a rischio migliaia di vite civili.
Sul piano interno al-Sharaa prova a presentarsi come il costruttore di una nuova Siria. Ha annunciato il primo Parlamento post-Assad, ma con criteri che suscitano più di un dubbio: esclusione di chiunque sia vicino al vecchio regime, esclusione di chi invoca autonomia o federalismo, esclusione di chi guarda all’estero per un sostegno politico. Con queste regole, il rischio è che la nuova Assemblea non sia altro che un’estensione del potere presidenziale.
Anche qui il paragone con Gaza è istruttivo. Lì la comunità internazionale continua a parlare di necessità di istituzioni rappresentative, di inclusività, di rispetto per le minoranze. Ma alla Siria, oggi, viene chiesto solo di garantire stabilità e accordi di sicurezza con Israele. Il resto può aspettare.
Il ritorno di Damasco all’ONU dunque non è il segnale di una normalizzazione, ma l’ennesimo capitolo della politicizzazione selettiva del diritto internazionale. La Siria deve dimostrare di poter diventare un interlocutore utile per gli Stati Uniti e per Israele, altrimenti resterà sotto embargo. Gaza dimostra che, al contrario, un alleato può godere di immunità anche davanti a prove evidenti di violazioni.
La morale è sempre la stessa: i diritti umani sono usati come arma diplomatica e il diritto internazionale diventa un campo di battaglia dove a prevalere non è la giustizia, ma il peso geopolitico dei contendenti. Sharaa lo ha capito bene. Resta da capire se i siriani, dopo anni di guerra, avranno la forza di credere a una transizione che rischia di essere segnata fin dall’inizio dal marchio dell’ambiguità.