Slovacchia. Fico tra Mosca e Bruxelles

di Giuseppe Gagliano

Le dichiarazioni del premier slovacco Robert Fico a Vladimir Putin segnano una frattura sempre più evidente tra Bratislava e la linea ufficiale dell’Unione Europea. Mentre Bruxelles punta a liberarsi completamente dal gas russo entro il 2027, la Slovacchia non solo conferma le importazioni attraverso il TurkStream, ma chiede apertamente la “normalizzazione” delle relazioni con Mosca.
Dal punto di vista economico la posizione slovacca riflette una logica di sopravvivenza: senza il gas russo Bratislava rischierebbe un aumento dei prezzi dell’energia insostenibile per l’industria e per i consumatori. Nel 2025, la Slovacchia ha importato già 1,7 miliardi di metri cubi di gas tramite l’Ungheria, sfruttando il collegamento con il TurkStream, unico gasdotto russo ancora operativo verso l’Europa dopo la distruzione del Nord Stream e lo stop del transito ucraino. La scelta di potenziare la capacità dei flussi da 3,5 a 4,4 miliardi di metri cubi dimostra che Bratislava non intende seguire il piano di dismissione voluto da Bruxelles.
Il riavvicinamento slovacco a Mosca avviene in un momento delicato: la guerra in Ucraina continua e la Nato si prepara a rafforzare la sua postura sul fianco orientale. La dipendenza energetica slovacca diventa quindi anche una vulnerabilità strategica. Da un lato, Fico cerca di proteggere la sicurezza energetica del Paese; dall’altro, espone la Slovacchia al rischio di pressioni politiche e ricatti energetici da parte russa. La concessione di visti ai cittadini russi, sospesi dal 2022, e la disponibilità a collaborare persino su una nuova centrale nucleare, rafforzano questa impressione di scivolamento verso Mosca.
Parallelamente, la Russia accelera sul fronte orientale. Il memorandum con la Cina per il gasdotto “Power of Siberia-2” è stato presentato come una vittoria geopolitica, ma in realtà nasconde molte ambiguità: Pechino non ha confermato i dettagli, lasciando Mosca in attesa. La Cina sfrutta la posizione negoziale per ottenere gas a prezzi scontati, mentre la Russia spera di compensare le perdite di mercato in Europa. L’asimmetria è evidente: Mosca offre, Pechino sceglie.
La Slovacchia, insieme all’Ungheria, rappresenta oggi una crepa significativa nel fronte europeo. Se da un lato Berlino, Varsavia e i Paesi baltici puntano a ridurre ogni dipendenza, dall’altro Bratislava e Budapest cercano di garantirsi forniture a basso costo, anche a costo di incrinare l’unità europea. Sullo sfondo, la Russia riorienta la propria strategia: meno Europa, più Asia, in particolare Cina e India. Ma questo nuovo equilibrio rischia di trasformare Mosca in partner minore, più bisognoso di clienti che capace di imporre condizioni.
Per la Slovacchia, il dilemma resta irrisolto: seguire Bruxelles e affrontare costi energetici crescenti o difendere la propria economia rafforzando i legami con Mosca. In entrambi i casi, il prezzo politico è alto. Bruxelles non può ignorare le mosse di Fico senza rischiare di alimentare altre spinte centrifughe nell’Unione. Mosca, dal canto suo, trova in Slovacchia e Ungheria due valvole di respiro politico ed economico che riducono l’efficacia delle sanzioni occidentali.
Il dialogo tra Fico e Putin non è solo un episodio bilaterale: è il segnale di una frattura interna all’Unione Europea sul fronte energetico e geopolitico. Mentre Bruxelles guarda a un futuro senza gas russo, alcuni Stati membri guardano alla sopravvivenza immediata. In mezzo, si gioca il futuro della coesione europea, tra energia, sicurezza e politica estera.