di Giuseppe Gagliano –
La Somalia muove le sue pedine in un Corno d’Africa sempre più affollato di interessi militari, portuali ed energetici. L’accordo di cooperazione militare firmato con l’Arabia Saudita non è un episodio isolato, ma l’ultimo tassello di una strategia con cui Mogadiscio cerca protezioni politiche e garanzie di sicurezza in una fase di pressione senza precedenti sulla propria integrità territoriale.
Il governo somalo lega apertamente la propria attivazione diplomatica al timore che il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele possa tradursi in una presenza militare stabile nella regione separatista. Per Mogadiscio il rischio non è solo simbolico: una base straniera nel Somaliland significherebbe consolidare una secessione mai accettata e ridurre ulteriormente il controllo somalo sulle rotte marittime del Golfo di Aden, snodo vitale tra Mar Rosso e Oceano Indiano.
In questo contesto, gli accordi con Qatar e Arabia Saudita rispondono a un’esigenza immediata di addestramento, equipaggiamento e cooperazione di sicurezza, ma anche a una logica politica: internazionalizzare la difesa dell’unità somala coinvolgendo potenze regionali con peso finanziario e militare.
Dal punto di vista militare, la Somalia resta strutturalmente fragile. Le sue forze armate sono ancora dipendenti da sostegno esterno, missioni internazionali e programmi di formazione. L’intesa con Riad può tradursi in addestramento, supporto logistico e forse forniture, ma difficilmente altererà da sola gli equilibri sul terreno.
Il vero valore strategico è deterrente: segnalare che la Somalia non è isolata e che eventuali mosse sul Somaliland avrebbero ricadute regionali. Tuttavia, la deterrenza funziona solo se accompagnata da capacità reali. Senza un rafforzamento interno dello Stato e delle forze di sicurezza, il rischio è che gli accordi restino più politici che operativi.
La dimensione economica è altrettanto centrale. Il Somaliland ha costruito parte della propria legittimità sulla gestione autonoma del porto di Berbera e sulle intese con attori del Golfo. La decisione somala di annullare gli accordi con gli Emirati Arabi Uniti colpisce proprio questo nodo: porti, logistica, corridoi commerciali.
Il controllo dei porti nel Corno d’Africa significa influenza sui traffici tra Mediterraneo, Asia e Africa orientale. Se Mogadiscio perde terreno su questo fronte, la sua sovranità rischia di diventare formale mentre le leve economiche scivolano altrove. Gli investimenti sauditi e qatarioti possono offrire alternative, ma richiedono stabilità politica e sicurezza sul territorio, beni ancora scarsi.
La crisi somala si intreccia con le tensioni tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, emerse anche nei dossier Yemen e Sudan. Il Corno d’Africa diventa così uno spazio di competizione indiretta tra monarchie del Golfo che cercano profondità strategica lungo le rotte del Mar Rosso.
La Somalia, in teoria, prova a sfruttare queste rivalità per ottenere sostegno. In pratica corre il rischio opposto: diventare terreno di confronto tra potenze esterne, con margini di autonomia ridotti. La storia recente della regione mostra che quando troppi attori esterni investono in sicurezza e porti, la politica locale finisce spesso compressa.
Sul piano geoeconomico, la partita riguarda tre elementi: rotte marittime, infrastrutture portuali, accesso ai mercati dell’Africa orientale. Chi influenza Somalia e Somaliland può incidere sui flussi commerciali tra Asia, Medio Oriente ed Europa. Non è un caso che Stati del Golfo, Israele e potenze globali guardino alla zona con interesse crescente.
Per la Somalia la sfida è trasformare l’interesse esterno in sviluppo e non solo in dipendenza. Senza istituzioni solide e una strategia economica nazionale, gli accordi militari rischiano di garantire sicurezza a breve termine ma di spostare all’esterno il controllo delle risorse strategiche.
La reazione dura di Mogadiscio verso l’ipotesi di una base israeliana nel Somaliland mostra un governo consapevole dei rischi. Ma la sovranità non si difende solo con dichiarazioni o intese militari: richiede coesione interna, legittimità politica e capacità economiche.
Il Corno d’Africa sta tornando al centro delle mappe strategiche. La Somalia prova a non subirne passivamente le dinamiche, ma il margine tra diplomazia attiva e dipendenza strategica è sottile. Nei prossimi anni si capirà se Mogadiscio sarà giocatore o campo di gioco.












