di Giuseppe Gagliano –

Nel cuore del Corno d’Africa, dove le rotte marittime del Golfo di Aden si intrecciano con gli interessi geopolitici globali, l’aeroporto di Bosaso, nella regione semi-autonoma di Puntland in Somalia, si è trasformato in un nodo cruciale di una rete oscura. Qui, lontano dai riflettori internazionali, gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno stabilito un ponte aereo per rifornire di armi e paramilitari le Forze di Supporto Rapido (RSF) impegnate nella guerra civile sudanese. Questo scalo, apparentemente marginale, è diventato il fulcro di un’operazione logistica che alimenta un conflitto devastante, sollevando interrogativi sulle ambizioni emiratine in Africa e sulle conseguenze di una militarizzazione sempre più spregiudicata del Corno d’Africa.

La guerra civile in Sudan, scoppiata nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le RSF guidate da Mohamed Hamdan “Hemedti” Dagalo, ha trasformato il paese in un campo di battaglia per proxy regionali. Gli EAU, secondo fonti attendibili, hanno scelto di sostenere le RSF, un gruppo paramilitare con radici nelle milizie Janjaweed, responsabili di atrocità in Darfur. Bosaso, con il suo aeroporto situato a pochi chilometri dal Golfo di Aden, si è rivelato una scelta strategica per Abu Dhabi. La sua posizione geografica consente di operare lontano dal controllo diretto del governo centrale somalo a Mogadiscio, sfruttando l’autonomia di Puntland e la sua vicinanza al Mar Rosso e al Sudan.

Fonti internazionali, tra cui Africa Intelligence e Middle East Eye, riportano che grandi aerei cargo emiratini atterrano regolarmente a Bosaso, trasportando armi, munizioni e persino droni di fabbricazione cinese, come gli FH-95 e le bombe guidate GB50A, in violazione dell’embargo ONU sul Darfur. Immagini satellitari del marzo 2025 hanno rivelato la presenza di un radar militare israeliano ELM-2084 3D AESA installato vicino all’aeroporto, ufficialmente per proteggere lo scalo da possibili attacchi Houthi dallo Yemen, ma probabilmente utilizzato anche per coordinare le operazioni di rifornimento alle RSF. Questo sistema avanzato, capace di rilevare droni e missili a centinaia di chilometri di distanza, sottolinea l’importanza strategica di Bosaso per gli EAU.

Le operazioni emiratine a Bosaso si muovono in un’area grigia, al confine tra segretezza e illegalità. Secondo fonti locali, il presidente di Puntland, Said Abdullahi Deni, avrebbe concesso il controllo dell’aeroporto agli EAU senza l’approvazione del parlamento locale o del governo federale somalo, suscitando proteste tra la popolazione e accuse di tradimento. Testimonianze raccolte da Middle East Eye e Reuters parlano di voli notturni, con aerei che trasportano non solo armi, ma anche mercenari, inclusi colombiani e somali reclutati in Puntland, destinati a combattere in Sudan a fianco delle RSF. Residenti di Bosaso riferiscono di rumori assordanti di aerei cargo che sorvolano la città, un segnale evidente dell’attività emiratina.

Le accuse di coinvolgimento degli EAU non sono nuove. Già nel gennaio 2024, un rapporto del Pannello di Esperti delle Nazioni Unite ha definito “credibili” le prove del sostegno emiratino alle RSF attraverso un altro hub logistico, l’aeroporto di Amdjarass in Ciad. Bosaso, tuttavia, rappresenta un’estensione di questa strategia, sfruttando la fragilità delle istituzioni somale e l’autonomia di Puntland per operare senza intralci. La presenza di droni kamikaze Sunflower-200, con un raggio d’azione di 2000 km, ha alimentato sospetti che attacchi a Port Sudan, roccaforte delle SAF, siano stati lanciati proprio da Bosaso, come riportato da fonti sudanesi e da Agenzia Fides.

L’operazione di Bosaso non è un caso isolato, ma parte di una strategia più ampia degli EAU per consolidare la loro influenza nel Corno d’Africa. Abu Dhabi ha investito pesantemente nella regione, gestendo porti come quello di Berbera in Somaliland attraverso la compagnia DP World e costruendo basi militari in Eritrea e Somalia. La scelta di sostenere le RSF in Sudan risponde a molteplici obiettivi: contrastare l’influenza di potenze rivali come la Turchia, che appoggia le SAF, e impedire all’Iran di stabilire una presenza sul Mar Rosso. Inoltre, il controllo di Hemedti, alleato di lunga data degli EAU, garantirebbe ad Abu Dhabi un partner affidabile in un Sudan potenzialmente frammentato, con accesso a risorse chiave come l’oro.

Questa strategia, però, non è priva di rischi. Il coinvolgimento emiratino ha esacerbato le tensioni con il governo sudanese, che ha denunciato gli EAU all’Aia per complicità nel genocidio in Darfur, una causa respinta per motivi tecnici nel maggio 2025. Inoltre, l’uso di Bosaso come base militare ha attirato l’attenzione di gruppi terroristici come Al-Shabaab, che vedono nella presenza emiratina un obiettivo strategico. Attacchi come quello del febbraio 2025, che ha ucciso tre militari emiratini in Somalia, dimostrano la vulnerabilità di queste operazioni.

Il ruolo di Bosaso come hub logistico solleva interrogativi inquietanti sul futuro del Corno d’Africa. La militarizzazione della regione, con basi straniere in Somalia, Gibuti ed Eritrea, rischia di trasformare il Golfo di Aden in un’arena di scontro tra potenze regionali e globali. La presenza di mercenari stranieri e il traffico di armi attraverso Bosaso alimentano non solo il conflitto sudanese, ma anche l’instabilità locale, con segnalazioni di attacchi di droni emiratini contro civili in Puntland, denunciati come errori da residenti e attivisti.

L’Egitto, storico alleato delle SAF e partner strategico della Somalia, potrebbe giocare un ruolo chiave nel contrastare l’influenza emiratina. Fonti locali, come l’esperto anti-corruzione Abdiasis Farah Said, hanno chiesto a Khartoum di sfruttare le relazioni con Il Cairo per limitare le operazioni degli EAU in Somalia. Tuttavia, la frammentazione politica somala e la dipendenza economica di Puntland dagli investimenti emiratini rendono difficile un’azione coordinata.

L’aeroporto di Bosaso, un tempo scalo commerciale di una regione in cerca di stabilità, è oggi il simbolo di un gioco geopolitico ad alto rischio. Gli EAU, con il loro sostegno alle RSF, non solo prolungano la sofferenza del popolo sudanese, ma rischiano di destabilizzare ulteriormente il Corno d’Africa, attirando l’attenzione di gruppi terroristici e potenze rivali. Mentre i cargo emiratini continuano a solcare i cieli notturni di Bosaso, il prezzo di questa strategia si misura in vite umane, sfollati e un equilibrio regionale sempre più precario. La comunità internazionale, finora incapace di far rispettare l’embargo sulle armi, si trova di fronte a una sfida cruciale: fermare questa spirale di violenza prima che il Corno d’Africa diventi il prossimo epicentro di un conflitto globale.