di Giuseppe Gagliano –
I miliziani di al-Shabaab, affiliati ad al-Qaida e decisi a instaurare un califfato nel Corno d’Africa, controllano oggi quasi un terzo del territorio somalo e minacciano direttamente la capitale. Un risultato che appare come la certificazione del fallimento delle missioni di pace dispiegate negli ultimi vent’anni sotto mandato delle Nazioni Unite.
AMISOM prima, ATMIS poi e ora AUSSOM: missioni ambiziose nel compito di ricostruire istituzioni, esercito e polizia, ma incapaci di incidere sulle dinamiche profonde del paese. Le loro operazioni hanno contenuto il gruppo jihadista, senza però riuscire a spezzarne la capacità di riorganizzazione, finanziamento e radicamento territoriale.
La diagnosi è condivisa da molti analisti, tra cui Matthew de Waal, direttore di un centro studi specializzato sul Corno d’Africa. E si somma a un’altra preoccupazione: la possibilità concreta che la Somalia scivoli verso la nascita di uno Stato jihadista, come sostiene un rapporto recente del centro di analisi del dipartimento americano responsabile della sicurezza globale.
È dentro questo scenario che va letta la crescente presenza militare americana nel paese. Le informazioni raccolte da vari media indicano che nel corso di quest’anno l’amministrazione Trump avrebbe autorizzato oltre cento bombardamenti contro posizioni di al-Shabaab e del gruppo Stato islamico attivo nel Puntland. Una cifra impressionante, soprattutto se confrontata con i dieci attacchi effettuati l’anno precedente.
Le autorità statunitensi parlano di operazioni coordinate con il governo somalo. Ma la realtà, come sempre, è più amara: i bombardamenti non sono mai mirati come la propaganda militare afferma. Le vittime civili aumentano, l’ostilità delle comunità locali verso le istituzioni cresce, e i gruppi jihadisti trovano nuovo terreno per la loro narrativa di resistenza armata. È un circolo vizioso che la Somalia conosce fin troppo bene.
All’inizio del suo mandato, nel 2022, il presidente Hassan Sheikh Mohamud aveva lanciato una vasta campagna militare che sembrava restituire slancio allo Stato somalo. Alcuni distretti erano stati liberati, e per un momento si era creduto possibile ricacciare al-Shabaab nelle sue retrovie.
Ma la debolezza strutturale del paese ha presto ripreso il sopravvento. La povertà diffusa, le rivalità tra clan, la frammentazione tra governo centrale e stati federati, la corruzione endemica: tutti elementi che impediscono allo Stato di consolidare i propri successi e che, al contrario, offrono ai jihadisti nuovi spazi.
In questo contesto, al-Shabaab ha alzato il livello dello scontro. L’attacco al carcere di massima sicurezza, nel pieno centro della capitale, è stato un segnale eclatante: liberare i propri miliziani significa mostrare non solo forza militare, ma soprattutto una rete di complicità interne che arriva dentro le istituzioni e la vita cittadina.
La politica somala, già fragile, è entrata in una fase turbolenta. L’attentato al carcere ha alimentato un’ondata di sospetti e accuse, alcune infondate, altre non chiarite.
Il governo nazionale è stato accusato da esponenti del Puntland di avere contatti con al-Shabaab. Accuse pesanti, senza prove, ma che hanno comunque alimentato la sfiducia. A questo si è aggiunto il dibattito sulla nuova carta d’identità elettronica, un progetto che dovrebbe unificare il sistema di registrazione dei cittadini ma che gli oppositori temono possa finire in mano ai jihadisti o essere manipolato dalla presidenza. È un segno evidente della debolezza istituzionale: ogni riforma, anche necessaria, viene vissuta come potenziale minaccia.
Un deputato dell’opposizione è arrivato a sostenere che il presidente potrebbe favorire indirettamente la conquista della capitale da parte dei jihadisti. Affermazioni prive di riscontri, ma indicative di un clima politico avvelenato, nel quale la sfiducia reciproca impedisce ogni convergenza verso un interesse comune.
Nel 2026 i somali dovrebbero eleggere le loro istituzioni con un sistema nuovo, basato sul voto diretto e non più sulla mediazione dei clan. Sarebbe la prima elezione a suffragio universale da oltre mezzo secolo. Uno spartiacque che potrebbe avvicinare la Somalia a una governance più moderna e più inclusiva.
Ma la strada è tutt’altro che liscia. Due stati federati e vari partiti dell’opposizione annunciano il boicottaggio, denunciando l’esclusione dalle decisioni e la volontà della presidenza di controllare il processo.
Il primo banco di prova saranno le elezioni locali del Benadir, il cuore di Mogadiscio. L’iscrizione dei cittadini è proceduta senza problemi e quasi un milione di somali risulta registrato. È un segnale incoraggiante, ma non sufficiente per dissipare i timori. Anche al-Shabaab, ovviamente contrario al voto, cercherà come sempre di sabotarlo, attraverso intimidazioni e infiltrazioni.
La Somalia è entrata in una fase delicatissima. Le analisi indipendenti, unite alle accuse politiche e all’intensificarsi delle operazioni militari straniere, delineano un paese dove le istituzioni rischiano di perdere definitivamente il controllo del territorio e della narrativa politica.
Il futuro dipenderà dalla capacità di ricostruire una minima coesione tra governo centrale, stati federati e società civile. Senza questo, ogni intervento militare — interno o esterno — non farà che alimentare le condizioni che oggi permettono ad al-Shabaab di avanzare verso Mogadiscio.




