di Giuseppe Gagliano –
Nel cuore del Corno d’Africa, una regione tra le più strategiche e instabili del pianeta, il Somaliland prova a uscire dal suo isolamento diplomatico offrendo agli Stati Uniti quello che più desiderano: un accesso militare privilegiato alle rotte del Mar Rosso e alle sue preziose risorse minerarie. In cambio, chiede ciò che gli è stato negato per oltre trent’anni: il riconoscimento formale della propria indipendenza dalla Somalia.
È una proposta che ha il sapore della realpolitik. Da un lato, una regione che ha mantenuto stabilità e un embrione democratico in un contesto di caos; dall’altro, una superpotenza che cerca nuovi punti d’appoggio nel contesto di una competizione globale sempre più serrata, con la Cina e la Russia attive nel ridisegnare gli equilibri africani.
Il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, ha dichiarato la disponibilità a concedere agli USA l’utilizzo di una base strategica e l’accesso a risorse minerarie come il litio. In un’epoca in cui le guerre si decidono anche sulla disponibilità di terre rare e materiali critici, l’offerta non è marginale. Tanto più se inserita in un pacchetto che comprende cooperazione antiterrorismo e partnership commerciali.
Non è una proposta isolata. Washington ha già inviato alti funzionari militari a Hargeisa, e i contatti con il Dipartimento della Difesa e con la diplomazia americana in Somalia si sono intensificati. Ma la cautela domina: il Dipartimento di Stato ha ribadito di non riconoscere formalmente il Somaliland, per non compromettere l’integrità territoriale della Somalia, ancora sostenuta a parole dagli Stati Uniti.
Il tempismo della mossa del Somaliland non è casuale. Il 1° gennaio 2024, la regione ha firmato un accordo con l’Etiopia per la concessione di 20 km di costa affacciata sul Mar Rosso, in cambio della possibilità di costruire un porto e una base militare. Una svolta clamorosa per Addis Abeba, nazione senza sbocchi marittimi, ma anche una sfida aperta alla Somalia, che considera il Somaliland parte integrante del proprio territorio.
La conseguenza è stata un riavvicinamento tra Mogadiscio e i nemici storici dell’Etiopia, in primis Egitto ed Eritrea. Si è così innescato un nuovo livello di tensione regionale: da una parte, il blocco Somalia-Egitto-Eritrea; dall’altra, l’asse emergente tra Addis Abeba e Hargeisa. Gli Stati Uniti, se decidessero di accettare l’offerta somalilandese, dovrebbero muoversi con estrema cautela, per non innescare reazioni a catena nei già fragili equilibri del Corno.
L’interesse americano non nasce nel vuoto. Il Mar Rosso è ormai una delle principali arterie geopolitiche del pianeta: transito obbligato per il commercio marittimo tra Asia ed Europa, zona di frizione per la presenza degli Houthi in Yemen, obiettivo sensibile per pirateria e traffico di armi. L’eventuale installazione di una base militare USA in Somaliland permetterebbe a Washington di rafforzare la sua sorveglianza e proiezione nell’area, in un contesto dove la Cina ha già consolidato la propria presenza con la base militare di Gibuti.
Ma è anche una partita di percezione: dimostrare che gli Stati Uniti sono ancora capaci di attrarre partner affidabili in Africa, dopo il ridimensionamento in Mali, Niger e Burkina Faso. Il Somaliland si propone come una “Taiwan del Corno d’Africa”: non riconosciuto, ma strategicamente utile.
Il presidente Abdullahi ha dichiarato che gli accordi in materia di sicurezza e risorse potrebbero avanzare anche in assenza di riconoscimento formale. È un approccio pragmatico: costruire relazioni bilaterali de facto, nella speranza che, col tempo, diventino de jure. La stessa logica vale per gli interessi economici: in cambio di apertura e stabilità, il Somaliland spera in investimenti infrastrutturali, estrattivi e logistici da parte di attori occidentali. Il litio, in particolare, rappresenta un’esca potente in tempi di transizione energetica e di concorrenza tecnologica globale.
Il dossier Somaliland mette gli Stati Uniti di fronte a un dilemma classico: scegliere tra il principio della legalità internazionale, che impone il rispetto dell’integrità territoriale della Somalia, e l’interesse strategico, che suggerisce di investire in un partner affidabile, situato in una posizione chiave e ricco di risorse. Ma la posta in gioco è più ampia: si tratta di ridefinire la propria presenza nel Corno d’Africa, con tutte le implicazioni che ciò comporta, dalla lotta al terrorismo alle rotte commerciali, dalle risorse critiche al confronto con Pechino. Il Somaliland si candida a essere il prossimo laboratorio di questa sfida.












