di Giuseppe Gagliano –

La dichiarazione del leader Houthi Abdel-Malik al-Houthi, secondo cui qualsiasi presenza israeliana in Somaliland diventerà un obiettivo militare, non è una semplice minaccia propagandistica. È il segnale che il conflitto yemenita sta definitivamente uscendo dai suoi confini tradizionali per trasformarsi in una partita strategica sul controllo degli spazi marittimi tra Golfo di Aden e Mar Rosso. Il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, primo e unico Stato a compiere questo passo, rompe un tabù diplomatico che durava dal 1991 e introduce una variabile destabilizzante in uno degli snodi più sensibili del commercio globale.

Il Somaliland non è una semplice entità periferica. Ha istituzioni proprie, un esercito, una valuta e soprattutto una posizione geografica che lo rende cruciale. Affacciato sul Golfo di Aden e a ridosso dello stretto di Bab al-Mandeb, il territorio rappresenta una piattaforma naturale di proiezione strategica verso il Mar Rosso. Per Israele, il riconoscimento non è un atto ideologico ma una scelta funzionale: accesso più diretto a una delle arterie marittime vitali del pianeta e possibilità di pressione indiretta sui ribelli Houthi nello Yemen.

Dal punto di vista militare, la reazione degli Houthi è coerente. Il movimento sciita yemenita ha costruito negli ultimi anni una strategia asimmetrica basata sul controllo e sull’interdizione delle rotte marittime. L’eventuale presenza israeliana in Somaliland verrebbe letta come una minaccia diretta alla loro capacità di deterrenza. Dichiarare il Somaliland un teatro legittimo di operazioni significa estendere il perimetro del conflitto e avvertire Israele che la profondità strategica non è più garantita. È un messaggio rivolto anche agli sponsor regionali e internazionali dello Stato ebraico.

Il riconoscimento del Somaliland apre un precedente delicato. L’Unione Africana, la Lega Araba, il Consiglio di Cooperazione del Golfo e gran parte della comunità internazionale continuano a sostenere l’integrità territoriale della Somalia. La scelta israeliana viene percepita come un atto unilaterale che incoraggia dinamiche separatiste in un continente già attraversato da conflitti latenti. Non a caso, anche attori extra-regionali come la Cina hanno condannato la decisione, leggendo nel gesto israeliano una proiezione di interessi strategici mascherata da riconoscimento politico.

Il cuore della questione resta economico-strategico. Bab al-Mandeb collega l’Oceano Indiano al Mediterraneo attraverso il Canale di Suez. Ogni instabilità in quest’area si traduce in aumento dei costi assicurativi, deviazione delle rotte e pressione sulle catene di approvvigionamento globali. Gli attacchi Houthi alle navi mercantili hanno già dimostrato quanto fragile sia questo equilibrio. L’ingresso di Israele nello scacchiere del Somaliland rischia di militarizzare ulteriormente lo spazio marittimo, trasformando la sicurezza della navigazione in una variabile politica permanente.

La guerra yemenita non è più confinata a Sana’a o Aden. È diventata una componente di un confronto più ampio che coinvolge Medio Oriente, Corno d’Africa e Mar Rosso. Gli Houthi si presentano come difensori della sovranità regionale contro quella che definiscono un’aggressione esterna, mentre Israele cerca nuove profondità strategiche dopo Gaza. In mezzo, una comunità internazionale divisa e incapace di imporre una linea condivisa.

La minaccia Houthi sul Somaliland non va letta come un’escalation improvvisa, ma come il risultato logico di una regionalizzazione del conflitto. Quando il controllo delle rotte marittime diventa l’obiettivo principale, ogni porto, ogni costa e ogni riconoscimento diplomatico assume un valore militare. Il Mar Rosso non è più solo una via di transito: è ormai un fronte.