Somaliland. Il riconoscimento di Israele sta forzando gli equilibri del Mar Rosso

di Giuseppe Gagliano

Il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, formalizzato alla fine del 2025, riporta il Corno d’Africa al centro della geopolitica globale e riapre la partita strategica del Mar Rosso. Quella che può apparire come una decisione diplomatica isolata introduce in realtà una nuova variabile negli equilibri di sicurezza tra Golfo di Aden e Bab el-Mandeb, uno dei corridoi marittimi più sensibili del pianeta, attraverso cui transita circa il dieci per cento del commercio mondiale.
Il Somaliland è uno Stato di fatto nato nel 1991 dopo il collasso della Somalia di Siad Barre. Nel tempo ha costruito istituzioni funzionanti, un sistema politico relativamente stabile e proprie forze di sicurezza, ma la mancanza di riconoscimento internazionale ne ha congelato lo status. La decisione israeliana non basta a trasformarlo in uno Stato pienamente riconosciuto, ma rompe un equilibrio fragile, incrina il principio africano dell’intangibilità dei confini coloniali e costringe gli attori regionali a rivedere le proprie strategie.
Il peso della mossa è soprattutto geografico. Il Somaliland si affaccia sul Golfo di Aden a ridosso dello stretto di Bab el-Mandeb, passaggio chiave tra Oceano Indiano e Mar Rosso. In un contesto segnato dagli attacchi dei ribelli Houthi e dalla crescente militarizzazione dell’area, la disponibilità di infrastrutture e cooperazione logistica lungo questa rotta rafforza capacità di sorveglianza, intelligence e deterrenza.
Il nodo centrale è il porto di Berbera, modernizzato negli ultimi anni grazie agli investimenti degli Emirati Arabi Uniti e inserito nella rete portuale che collega Golfo Persico, Corno d’Africa e Oceano Indiano. Con il riconoscimento israeliano lo scalo acquista un ulteriore valore strategico, diventando potenzialmente una piattaforma per cooperazione tecnologica e sicurezza marittima. Anche senza l’annuncio di una base militare, accordi logistici, programmi di sorveglianza o progetti di sicurezza portuale possono produrre effetti geopolitici rilevanti.
La reazione della Somalia è stata immediata. Il governo federale di Mogadiscio ha denunciato il riconoscimento come una violazione della propria sovranità e ha minacciato di rivedere gli accordi portuali e militari con gli Emirati Arabi Uniti. La fragilità dello Stato somalo, dove il potere centrale convive con autonomie regionali spesso in competizione, lascia però spazio alla rivalità tra potenze esterne.
In questo scenario la Turchia resta uno degli attori principali. Ankara è il principale sponsor politico e militare della Somalia e mantiene a Mogadiscio la sua più grande base militare all’estero. Il riconoscimento del Somaliland rappresenta per la leadership turca un precedente pericoloso perché legittimare una secessione indebolisce il quadro politico su cui Ankara ha costruito la propria influenza nel Corno d’Africa.
Il dossier Somaliland mette in luce anche le tensioni interne al mondo arabo. Gli Emirati Arabi Uniti hanno sviluppato negli ultimi anni una strategia portuale aggressiva nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano e il riconoscimento israeliano rafforza indirettamente questa architettura. L’Arabia Saudita osserva invece con maggiore cautela, temendo che un precedente secessionista possa destabilizzare ulteriormente una regione già segnata dalla guerra in Yemen e dalla fragilità degli Stati del Corno d’Africa.
Tra gli osservatori più attenti c’è anche l’Etiopia, grande potenza demografica senza accesso al mare. Addis Abeba considera lo sbocco costiero una priorità strategica e nel 2024 aveva firmato con il Somaliland un memorandum per ottenere un corridoio marittimo in cambio di aperture politiche. L’intesa è stata poi ridimensionata, ma resta indicativa dell’interesse etiope e delle implicazioni regionali della questione.