di Giuseppe Gagliano –
La recente visita del presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdillahi, in Etiopia rappresenta un passaggio cruciale in una partita geopolitica che coinvolge sicurezza, commercio e riconoscimento internazionale. Abdillahi, eletto nel 2024, ha guidato una delegazione di alto livello per rafforzare i legami bilaterali e sostenere la campagna diplomatica per ottenere il riconoscimento formale del Somaliland come Stato indipendente. Al centro dei colloqui, la cooperazione strategica con Addis Abeba, che mira ad assicurarsi uno sbocco marittimo sul Mar Rosso in cambio di un riconoscimento politico senza precedenti.
L’accordo siglato il 1 gennaio 2024 tra Addis Abeba e Hargheisa ruota attorno al porto di Berbera. Con questa intesa l’Etiopia, priva di accesso al mare dal 1993, otterrebbe un corridoio strategico verso il Golfo di Aden. In cambio, riconoscerebbe ufficialmente l’indipendenza del Somaliland, una mossa destinata a ridisegnare la mappa politica del Corno d’Africa. Per Somalia, però, l’accordo rappresenta una violazione diretta della propria sovranità e ha scatenato minacce di escalation militare. L’episodio ha evidenziato la fragilità degli equilibri regionali e la complessità delle ambizioni separatiste di Hargheisa.
Consapevoli della portata destabilizzante dell’intesa, vari attori regionali e internazionali hanno tentato di disinnescare la crisi. La Turchia ha giocato un ruolo determinante ospitando i leader di Somalia ed Etiopia a dicembre 2024 per firmare la “Dichiarazione di Ankara”. L’obiettivo: aprire un negoziato tecnico che garantisse ad Addis Abeba un accesso marittimo senza compromettere la sovranità di Mogadiscio. Da allora, i contatti tra i due governi si sono moltiplicati, segno di un fragile ma significativo contenimento delle tensioni.
Mentre la tensione tra Somalia ed Etiopia si è momentaneamente attenuata, il Somaliland ha intensificato la propria strategia esterna. Abdillahi ha moltiplicato i contatti con partner strategici, consapevole che il riconoscimento non passa solo per la politica, ma anche per l’economia. Alla Africa Debate Conference di Dubai ha presentato Berbera come futuro hub logistico per investitori internazionali, sostenuto dal gruppo DP World. Ha puntato su una narrazione che unisce stabilità interna, posizione strategica e apertura agli investimenti esteri: un pacchetto appetibile per capitali globali interessati ai mercati emergenti africani. Anche il dialogo con Qatar, tradizionalmente vicino alla Somalia, segnala un tentativo di aprire canali con attori finora cauti.
Il Corno d’Africa è una delle aree più contese al mondo per via della sua posizione tra Oceano Indiano e Mar Rosso. Il porto di Berbera rappresenta per l’Etiopia non solo un corridoio commerciale, ma un elemento strategico in un contesto globale segnato dalla competizione tra potenze. La militarizzazione progressiva della regione, con basi e interessi di Stati Uniti, Cina, Emirati, Turchia e Arabia Saudita, rende ogni scelta politica una mossa sulla scacchiera internazionale. Il Somaliland si inserisce in questo quadro cercando di capitalizzare la sua stabilità interna per attrarre legittimità esterna.
Se Addis Abeba formalizzasse il riconoscimento, si aprirebbe una nuova fase di investimenti infrastrutturali su larga scala, in particolare per la logistica e l’energia. Berbera potrebbe diventare un nodo di connessione tra le rotte africane e mediorientali, riducendo la dipendenza etiopica dalle infrastrutture di Gibuti. Tuttavia, questo scenario rischia di destabilizzare i fragili equilibri militari nel Corno d’Africa: Mogadiscio potrebbe sentirsi costretta a reagire per non perdere sovranità territoriale, aprendo a conflitti asimmetrici o a una nuova stagione di proxy war regionali.
Il Somaliland ha costruito in oltre trent’anni un sistema istituzionale relativamente stabile e autonomo, ma il riconoscimento internazionale resta il nodo centrale. L’appoggio etiope rappresenterebbe un salto di qualità, ma al costo di innescare nuove tensioni. Le potenze regionali e globali dovranno scegliere se privilegiare la stabilità di breve periodo o accompagnare un processo di ridefinizione degli equilibri regionali. In ogni caso, la mossa di Hargheisa dimostra che il tempo delle ambiguità potrebbe essere vicino alla fine.












