
di Paolo Falconio * –
Il presente contributo analizza la trasformazione dell’escalation da rischio contingente a principio strutturante della politica internazionale contemporanea. Attraverso un’analisi comparativa dei principali teatri geopolitici e un richiamo a modelli storici e teorici delle relazioni internazionali, l’articolo sostiene che il sistema globale stia attraversando una fase di frammentazione priva di un’architettura di sicurezza condivisa. Tale condizione favorisce una dinamica autoalimentata di deterrenza, normalizzazione del conflitto e indebolimento della diplomazia, richiamando la metafora dei “sonnambuli” proposta da Christopher Clark per l’Europa del 1914.
La convergenza delle crisi globali.
Negli ultimi anni, il sistema internazionale ha manifestato segnali sempre più evidenti di instabilità strutturale. La guerra in Ucraina, la crescente tensione tra la Federazione Russa e l’Unione Europea, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina nell’Indo-Pacifico, il riarmo del Giappone e la proliferazione di crisi regionali interconnesse delineano un quadro nel quale il conflitto armato non appare più come un’eventualità eccezionale, bensì come un orizzonte latente della politica globale (Mearsheimer, 2014; Walt, 2018). L’ escalation tende a configurarsi come orizzonte strutturale dell’azione politica globale.
In tale contesto, la pace tende a essere concepita non come obiettivo politico autonomo, ma come una fase intermedia tra cicli successivi di preparazione, deterrenza e confronto. Essa diventa parentesi strategica ad un Orizzonte di guerra certo. Se il conflitto ucraino è esistenziale per l’ Europa e per la Russia ( per la prima è in gioco la sopravvivenza della costruzione comunità per la seconda la posta è il ruolo della Russia e la percezione di accerchiamento strategico) e nel Pacifico la competizione con gli USA non solo è Geopolitica (intesa come contenimento geografico della Cina), ma è di sistema, multilivello e va dalla governance tecnologica a un modello di mercato differente e alternativo a quello del capitalismo occidentale, si comprende perché gli strumenti di composizione degli interessi nazionali si siano ridotti ad un’ ottica di sequenziamento strategico teso a rinviare lo scontro.
L’escalation come strategia sistemica.
Tradizionalmente, l’escalation è stata interpretata come un rischio da evitare attraverso meccanismi di contenimento e comunicazione strategica (Schelling, 1966). Tuttavia, l’evoluzione recente suggerisce una trasformazione concettuale: l’escalation sembra assumere una funzione deliberata, impiegata per ridefinire equilibri di potere, testare la resilienza degli avversari e consolidare il consenso politico interno. Più esplicitamente l’escalation non è più soltanto un rischio derivante da errori di calcolo, ma una strategia consapevole, utilizzata per ridefinire equilibri di potere e per scopi di legittimazione interna. Questa postura appare sempre più evidente e preoccupa la sua trasversalità. Riguarda autarchie e dittature, quanto i sistemi democratici.
L’Unione Europea, inizialmente riluttante e storicamente costruita come progetto di pace attraverso l’integrazione economica, si trova oggi immersa in una “dinamica di riarmo accelerato”. È un’ Europa vulnerabilità e minacciata, ma questo riarmo non è accompagnato da una riflessione strategica autonoma. Questo slittamento non è solo tattico, ma rivela una crisi identitaria profonda: l’Europa non sa più pensare se stessa se non in termini di minaccia esterna e risposta militare. la Russia utilizza il conflitto come strumento di sopravvivenza del regime e di ridefinizione del proprio status internazionale; la Cina adotta una strategia calibrata di pressione e ambiguità per misurare la credibilità della deterrenza statunitense; il Giappone si riarmo in un’ ottica di sopravvivenza strategica, gli Stati Uniti, infine, oscillano tra contenimento e dissuasione estesa, in un contesto di progressiva erosione della propria egemonia globale (Allison, 2017; Ikenberry, 2018).
Queste dinamiche non sono episodiche, ma riflettono una configurazione sistemica e autoreferenziale. Più chiaramente queste crisi, proprio perché sistemiche, sfuggono alla logica dei conflitti regionali.
Ad aggravare la situazione l’escalation contemporanea non è solo geopolitica, ma si intreccia con crisi climatiche, migrazioni di massa, disuguaglianze crescenti.
In questa tempesta perfetta, le trasformazioni tecnologiche non solo rischiano di incidere ulteriormente nelle dinamiche economiche e sociali, ma diventano sempre più pervasive nella struttura della guerra, pensiamo solo all’ intelligenza artificiale applicata ai sistemi d’arma. Questo è forse l’elemento più sottovalutato e potenzialmente catastrofico della situazione attuale. L’introduzione di sistemi decisionali automatizzati nella catena di comando nucleare e convenzionale riduce ulteriormente il tempo disponibile per la riflessione umana, aumenta il rischio di incidenti, rende più opaca la responsabilità delle decisioni.
Durante la Guerra Fredda, ci furono diversi momenti in cui solo la prudenza di singoli individui (Stanislav Petrov nel 1983, Vasili Arkhipov nel 1962) impedì escalation nucleari basate su falsi allarmi. Con sistemi sempre più automatizzati, chi sarà il Petrov del futuro? E se le decisioni venissero delegate a algoritmi ottimizzati per la “vittoria” in scenari simulati, quale spazio rimarrebbe alla decisione politica
L’intelligenza artificiale applicata alla guerra non è neutrale: incorpora assunzioni, bias, logiche competitive che possono accelerare dinamiche di escalation Tutto ciò avviene senza una reale riflessione sui rischi sottesi e divengono essi stessi fattori di instabilità.
Il ritorno dei “sonnambuli” nella politica internazionale.
Christopher Clark ha descritto le élite europee alla vigilia della Prima guerra mondiale come “sonnambuli”: attori consapevoli delle proprie decisioni, ma incapaci di anticiparne le conseguenze sistemiche (Clark, 2012). Tale metafora risulta particolarmente efficace per interpretare il comportamento delle attuali potenze globali. Ma se quelle élite non avevano precedenti storici per prevedere il carnaio del conflitto globale, queste élite hanno una mappa completa dei possibili sviluppi e sembrano non tenerne conto. In questo contesto la crisi delle democrazie assume particolare rilievo. Se dittature e autocrazie sono per definizione autoritarie, le élite democratiche sembrano non rispondere più alla volontà popolare e mostrano una determinazione a seguire il percorso intrapreso a dispetto dell’ opinione pubblica interna. Questa non è semplice miopia, ma qualcosa di più complesso: forse una forma di paralisi cognitiva di fronte alla complessità, forse una resa alla logica sistemica che trasforma ogni attore razionale in un ingranaggio di una macchina irrazionale.
Gli attori internazionali agiscono come se il conflitto generale fosse improbabile, pur adottando politiche che ne aumentano progressivamente la probabilità. La convinzione di poter controllare la spirale dell’escalation si scontra con una realtà storicamente documentata: una volta avviate, le dinamiche di sicurezza tendono a sfuggire al controllo dei decisori politici (Jervis, 1978).
In questo contesto, la deterrenza si trasforma in un linguaggio di minacce reciproche, la diplomazia viene ridotta a rituale formale e la politica si limita alla gestione tecnica dell’inevitabile. È un linguaggio ormai svuotato di una reale capacità politica e questo rappresenta forse l’ elemento più inquietante del nostro tempo. È il simbolo di una visione del futuro come inevitabile e la rinuncia de facto a trasformarlo.
La normalizzazione del conflitto.
La progressiva accettazione della guerra come strumento ordinario della politica internazionale rappresenta uno dei tratti più critici dell’attuale fase storica. Il conflitto non è più concepito come evento eccezionale, bensì come componente strutturale del sistema globale (Kaldor, 2012). È un tema che ho già affrontato in un breve saggio denominato “Le Conseguenze della Guerra”, nel quale avevo descritto la guerra come infrastruttura dell’ordine globale. Prenderne atto significa infatti riconoscere la fragilità dei nostri concetti di pace, sovranità e giustizia. Un’ operazione che costringe a guardare la realtà senza veli, a comprendere che la violenza non è un’eccezione, ma un rischio costante inscritto nelle dinamiche del potere.
Questa normalizzazione produce effetti cumulativi: abbassa le soglie di tolleranza all’uso della forza, erode le norme internazionali e indebolisce i meccanismi multilaterali di risoluzione delle controversie. Il rischio principale non risiede esclusivamente nell’esplosione di un conflitto su larga scala, ma nella sua progressiva banalizzazione.
Un sistema internazionale privo di architettura di sicurezza.
La crisi attuale non può essere spiegata unicamente attraverso la rivalità tra grandi potenze. Essa è anche il risultato dell’assenza di un’architettura di sicurezza condivisa successiva alla fine della Guerra fredda. L’ordine emerso dopo il 1991 si è configurato come un’egemonia incompleta, incapace di integrare attori emergenti e di produrre istituzioni realmente inclusive (Ikenberry, 2011). L’Occidente ha commesso l’errore di credere che il proprio modello potesse semplicemente espandersi globalmente senza incontrare resistenze strutturali.
Il collasso di tale assetto non è stato seguito dalla costruzione di un nuovo ordine. Ne deriva un sistema frammentato, caratterizzato da logiche di sicurezza competitive, svuotamento delle istituzioni multilaterali e interpretazioni opportunistiche del diritto internazionale.
Conclusioni: prospettive e rischi.
L’analisi suggerisce che il sistema internazionale non sia inevitabilmente destinato al collasso, ma che si trovi esposto a un rischio crescente di escalation incontrollata. La storia dimostra che i sistemi entrano in crisi quando le potenze non riescono più a distinguere tra deterrenza e provocazione, compromesso e resa, prudenza e debolezza (Kennedy, 1987).
Un’inversione di tendenza richiederebbe una visione politica oggi largamente assente: la definizione di un nuovo quadro di sicurezza europeo, meccanismi di gestione strutturata della competizione nel Pacifico e un recupero della diplomazia come strumento centrale del potere internazionale.
In assenza di tale salto qualitativo, il sistema globale rischia di procedere, ancora una volta, come un insieme di sonnambuli, incapaci di riconoscere che la scacchiera su cui si muovono si sta progressivamente restringendo.
Sullo sfondo un conflitto termonucleare perché in questa follia, in cui non vi sono innocenti, l’ arma atomica non è più vista solo come strumento di deterrenza, ma è sempre più percepita e pensata per il suo impiego effettivo. Questa logica inconsapevole della gestione dell’ escalation ricorda il Settimo Sigillo di Bergman, il cavaliere gioca una partita a scacchi con la morte, ma ogni mossa, anche se razionale, lo avvicina progressivamente e inesorabilmente alla fine.
Siamo ancora in tempo per invertire la rotta, ma per fare ciò serve che la diplomazia non sia essa stessa grammatica di guerra, ma strumento di pace.
Bibliografia:
Allison, G. (2017). Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap? Boston: Houghton Mifflin Harcourt.
Clark, C. (2012). The Sleepwalkers: How Europe Went to War in 1914. London: Allen Lane.
Ikenberry, G. J. (2011). Liberal Leviathan: The Origins, Crisis, and Transformation of the American World Order. Princeton: Princeton University Press.
Ikenberry, G. J. (2018). The end of liberal international order? International Affairs, 94(1), 7–23.
Jervis, R. (1978). Cooperation under the security dilemma. World Politics, 30(2), 167–214.
Kaldor, M. (2012). New and Old Wars: Organized Violence in a Global Era. Cambridge: Polity Press.
Kennedy, P. (1987). The Rise and Fall of the Great Powers. New York: Random House.
Mearsheimer, J. J. (2014). The Tragedy of Great Power Politics. New York: W. W. Norton.
Schelling, T. C. (1966). Arms and Influence. New Haven: Yale University Press.
Walt, S. M. (2018). The Hell of Good Intentions. New York: Farrar, Straus and Giroux.
* Member of the Honorary Governing Council and Professor at the Society for International Studies (SEI).











