di C. Alessandro Mauceri –
Del problema dell’”approccio” ai migranti che arrivano sui barconi dopo aver attraversato il Mediterraneo si parla da anni. Ad agosto Zach Campbell di The Intercept ha denunciato l’uso di armi da fuoco da parte della Guardia Costiera greca contro i gommoni di migranti nel mar Egeo. A seguito di questa denuncia 42 parlamentari europei hanno chiesto chiarimenti al coordinamento di forze dei paesi europei di terra, d’aria e di mare, il Frontex, con un’interrogazione al Parlamento europeo indirizzata al direttore esecutivo dell’Agenzia, Fabrice Leggeri, e per conoscenza al Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks, e a Emily O’Reilly, mediatrice europea dal 2013. Per l’Italia i sottoscrittori sono stati Barbara Spinelli, Curzio Maltese, Laura Ferrara ed Eleonora Forenza.
La risposta del comandante delle operazioni Frontex, il 29 settembre, è stata quanto meno sorprendente. Secondo la sua deposizione a sparare sono stati i mezzi della Guardia costiera greca che opera nell’Egeo “assieme a Frontex” e i colpi sono stati diretti verso i barconi di migranti che tentavano la traversata dalle spiagge turche verso le isole elleniche. La sua giustificazione si basa su un comma del Codice di Condotta di Frontex (articolo 20/2) che prevede “l’uso delle armi assoggettato ai principi di necessità e proporzionalità”.
Una risposta che lascia a bocca aperta. Innanzitutto perché non è affatto facile quantificare i concetti di “proporzionalità” e “necessità” in casi come questo. Ma soprattutto, perché è difficile accettare che in mare aperto e a distanza elevata i militari possano aver sparato mirando ai motori (come prevede il protocollo) senza seri rischi per le persone a bordo lo dimostra il fatto che, nelle scorse settimane, alcuni profughi siriani sono rimasti feriti mentre si trovavano a bordo di un vascello guidato un pescatore turco nei pressi dell’isola di Chios.
A questo si aggiunge che molte delle imbarcazioni utilizzate per le migrazioni sono vere proprie “carrette del mare” vecchie e fatiscenti e piene di persone oltre l’immaginabile. Anche quando si tratta di scafi in legno o vetroresina, mirare “alla carena o ai motori fuori bordo” (come prescriverebbe il protocollo) non garantisce affatto che questi colpi non finiscano per colpire persone a bordo o scatenare incendi a bordo, basti pensare a cosa accadrebbe se la benzina che alimenta il motore, prendesse fuoco.
Senza contare che, sebbene Frontex sia un protocollo unico, questo modus operandi rappresenta un modo di affrontare il problema dei migranti molto diverso da quello adottato in Italia.
Anche in questo caso non sono stati infrequenti gli scontri armati. Solo che a sparare, in questo caso, spesso sono navi pirata o addirittura la Guardia costiera libica, tanto che in diverse occasioni – e per di più in acque internazionali – ha aperto il fuoco sulle imprecazioni di una Ong tedesca che si occupa di ricerca e soccorso in mare, e nei confronti della nave Buorbon Argos di Medici Senza Frontiere.
Si tratta di una differenza che avrebbe dovuto far sorgere molti quesiti: perché approcci così diversi allo stesso problema? E perché, mentre in Italia si fa di tutto per aiutare i migranti (quasi mai rifugiati o profughi) e condurli nei porti italiani (lo fanno anche le navi delle marine di paesi europei che partecipano a Frontex), in altri paesi si spara sulle imbarcazioni con a bordo i profughi siriani? E ancora, come mai nessuno ha posto la questione in Parlamento, non quello europeo, ma quello italiano?
Tante, troppe domande alle quali nessuno pare ha saputo (o voluto) rispondere.




