Spazio. L’Ue alla ricerca della sovranità operativa

di Giuseppe Gagliano

Quando l’Unione Europea parla di comunicazioni satellitari “sicure e criptate”, in realtà parla di una cosa più concreta, ovvero chi comanda la catena che va dal segnale al comando. Andrius Kubilius, commissario europeo alla Difesa e allo Spazio, ha annunciato l’avvio operativo di GOVSATCOM, il programma che mette a disposizione degli Stati membri comunicazioni satellitari governative e militari costruite e gestite in Europa, sotto controllo europeo. È un passaggio che vale più del numero di satelliti coinvolti oggi: vuol dire iniziare a togliere dalla propria architettura di sicurezza un pezzo di dipendenza che, in tempi normali, si chiama comodità; in tempi di crisi, si chiama vulnerabilità.
Il calendario racconta l’ambizione e insieme il ritardo. L’ampliamento di copertura e capacità è atteso per il 2027. La costellazione IRIS², 290 satelliti su più orbite, è stimata operativa nel 2029, un anno prima della previsione iniziale. Tradotto: l’Europa corre perché si è accorta di essere arrivata tardi, e ora cerca di recuperare con un doppio salto, tecnologico e politico.
Lo spazio oggi non è un settore: è una filiera che quando funziona produce due effetti: lavoro e autonomia. Il problema è che l’autonomia costa, soprattutto se si vuole “comprare europeo”, lanciare europeo e integrare europeo. La Commissione propone di portare i fondi per spazio e difesa nel quadro finanziario 2028-2034 a 131 miliardi di euro: una cifra che segnala un cambio di mentalità, perché finora l’Europa ha trattato l’orbita come un’estensione della politica industriale, non come un’infrastruttura critica.
Il confronto implicito è con i servizi esterni, a partire da Starlink di Elon Musk: quando l’accesso alle comunicazioni dipende da asset privati o stranieri, la continuità del servizio non è un diritto, è una concessione. E la concessione può diventare una leva, o un ricatto, o semplicemente un’incertezza nel momento peggiore.
Qui entra la questione dei lanciatori. Kubilius ammette che l’Europa è indietro, soprattutto sui razzi riutilizzabili. Senza accesso autonomo allo spazio, la “preferenza europea” rischia di restare una formula, perché non basta costruire il satellite: bisogna anche metterlo in orbita quando serve, come serve, senza permessi altrui.
La guerra in Ucraina ha reso evidente ciò che molti preferivano considerare tecnico: lo spazio è diventato un teatro di conflitto. Non solo per l’osservazione e l’intelligence, ma per la trasmissione di dati, il coordinamento delle unità, la resilienza della catena di comando. GOVSATCOM nasce per dare banda e servizi a chi deve operare in condizioni degradate, cioè quando la rete civile non basta o viene disturbata.
Il tema più delicato è quello evocato dal ministro francese: evitare che un Paese terzo possa bloccare un sistema dall’esterno, attivando un “interruttore di spegnimento” o negando componenti critici. È un punto tecnico solo in apparenza: se qualcuno può impedire l’uso di una capacità nel momento decisivo, quella capacità non è tua. È in prestito.
In questa prospettiva, la richiesta di accesso ucraino a GOVSATCOM non è una nota a margine: è la prova che la frontiera tra supporto politico e integrazione operativa si assottiglia. Se l’Europa offre servizi di comunicazione sicuri, sta offrendo anche una parte della propria infrastruttura strategica.
Il passaggio più rivelatore arriva da Philippe Baptiste: gli Stati Uniti, dice, non sono più “prevedibili” come prima, e questo cambia tutto. Dentro quella parola c’è la frattura: se l’ombrello politico e industriale americano diventa intermittente, l’Europa deve costruire ridondanza, alternative, catene di fornitura proprie. E deve farlo in fretta, perché alcune valutazioni d’intelligence indicano che la Russia potrebbe aprire un nuovo fronte contro un Paese europeo entro il 2030.
La Germania annuncia investimenti per 35 miliardi in capacità spaziali militari entro il 2030, e rivendica anche il ruolo di maggiore contributore singolo all’Agenzia spaziale europea. La Francia spinge per una preferenza europea totale. Ma il punto politico resta quello che Baptiste mette sul tavolo senza giri di parole: senza una linea comune dei 27, la “sovranità” rischia di diventare una somma di progetti nazionali non interoperabili.
E qui la geoeconomia incrocia la geopolitica. Se l’Europa vuole davvero contare nello spazio, deve trattarlo come tratta energia e difesa: non come un mercato, ma come un’infrastruttura di sicurezza. Perché oggi non si compete solo per i satelliti: si compete per la capacità di restare connessi quando qualcuno, per scelta o per crisi, prova a spegnere la luce.