di Giuseppe Gagliano –
Il fermo dell’ex presidente Ranil Wickremesinghe, accusato di uso improprio di fondi pubblici, segna un punto di svolta nella storia politica dello Sri Lanka. È la prima volta che un ex capo di Stato viene arrestato nell’isola, evento che riflette tanto la fragilità delle istituzioni quanto la volontà dell’attuale presidente Anura Kumara Dissanayake di costruire la propria legittimità politica sulla lotta alla corruzione.
Wickremesinghe aveva assunto la presidenza in un momento critico, nel luglio 2022, dopo la fuga di Gotabaya Rajapaksa travolto dalla crisi economica e dalle proteste popolari. Il nuovo presidente era riuscito a ottenere un pacchetto di aiuti da 2,9 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale, introducendo dure misure di austerità che avevano permesso un parziale risanamento: inflazione ridotta, valuta stabilizzata, riserve di valuta estera rafforzate.
Tuttavia, il prezzo sociale delle riforme – tasse elevate, tagli ai sussidi e rincari dei servizi – aveva logorato la sua popolarità. La sconfitta elettorale del settembre 2024 ne aveva sancito il tramonto politico, aprendo la strada a Dissanayake e alla sua piattaforma anticorruzione.
L’accusa rivolta a Wickremesinghe riguarda l’uso di fondi statali per una deviazione di viaggio a Londra, dove la moglie aveva partecipato a una cerimonia accademica. Le indagini parlano di spese irregolari per scorta e logistica, mentre i suoi alleati denunciano una persecuzione politica orchestrata dall’attuale governo.
Il dibattito divide il Paese: per alcuni si tratta finalmente di un segnale di rinnovamento e responsabilità; per altri, di un precedente pericoloso che rischia di trasformare la giustizia in strumento di lotta politica.
Sul piano economico la vicenda pesa sull’immagine internazionale dello Sri Lanka. Wickremesinghe era stato visto come un interlocutore affidabile dai mercati e dagli organismi internazionali. Il suo arresto, in un Paese che dipende ancora dagli aiuti esterni e dalla fiducia degli investitori, può generare instabilità.
Al tempo stesso, l’azione di Dissanayake vuole trasmettere il messaggio opposto: uno Stato che non tollera più sprechi e corruzione e che vuole presentarsi come partner credibile per investimenti futuri e accordi commerciali.
Lo Sri Lanka non è solo un piccolo Paese in difficoltà: è una pedina strategica nell’Oceano Indiano, conteso da Cina e India. La sua stabilità politica ed economica influisce direttamente sulle rotte marittime globali. Un governo percepito come credibile e meno corrotto rafforza la sua posizione negoziale nei confronti delle grandi potenze. Ma se l’arresto di Wickremesinghe venisse interpretato come una vendetta politica, potrebbe minare la fiducia internazionale e alimentare l’incertezza.
L’arresto dell’ex presidente non è dunque un episodio isolato: si inserisce in un processo di ridefinizione della politica dello Sri Lanka. Dissanayake ha costruito il proprio consenso sulla promessa di voltare pagina, epurando la vecchia classe dirigente accusata di aver portato il Paese al tracollo. Ma il rischio è duplice: trasformare la lotta alla corruzione in giustizia selettiva e indebolire ulteriormente le istituzioni già fragili.
Il futuro dipenderà dalla capacità del governo di mantenere l’equilibrio tra rigore e inclusività, mostrando che lo Stato di diritto non è vendetta, ma fondamento di una rinascita politica ed economica.




