di Giuseppe Gagliano –

Incontro tra i governi di Sudan e Sud Sudan per risolvere la questione legata alle esportazioni di petrolio, che sono bloccate dal febbraio 2024 a causa del conflitto in corso in Sudan. La guerra tra l’esercito sudanese (SAF) e le milizie delle Forze di supporto rapido (RSF) ha interrotto l’utilizzo dell’oleodotto sudanese, che è essenziale per trasportare il greggio sudsudanese verso i porti per l’export.

Di recente una delegazione di alto livello del governo sudsudanese ha raggiunto Port Sudan, la sede temporanea del governo sudanese e porto cruciale per il commercio. Da qui partivano i carichi di petrolio provenienti dal Sud Sudan, ma attualmente molte infrastrutture petrolifere, inclusi gli snodi strategici, sono sotto il controllo delle RSF. Questo rende improbabile che si possa sbloccare la situazione attraverso i soli colloqui diplomatici, a meno che non venga intrapresa un’azione militare da parte dell’esercito sudanese per riconquistare il controllo degli oleodotti.

Al termine degli incontri bilaterali, nonostante le speranze, le dichiarazioni ufficiali sono state vaghe, mirate più a tranquillizzare gli investitori stranieri che a presentare soluzioni concrete. Il ministro dell’Energia sudanese, Mohieddin Naeem, ha comunicato che entrambe le parti hanno concordato i requisiti tecnici per riprendere le operazioni dell’oleodotto e che un workshop congiunto con esperti dei due paesi sarebbe stato organizzato per garantire una ripresa regolare.

Tuttavia le RSF hanno fatto del controllo delle risorse petrolifere uno dei punti chiave della loro strategia di guerra. Lo confermano anche le recenti dichiarazioni di El Basha Tebeig, consigliere del leader delle RSF Mohamed Hamdan Dagalo (Hemeti), che ha accusato l’esercito sudanese di utilizzare i proventi del petrolio per finanziare la propria guerra.

Il petrolio è fondamentale per entrambe le nazioni. Per il Sud Sudan, rappresenta l’80% del PIL e quasi tutto il bilancio operativo, rendendo la ripresa delle esportazioni una priorità assoluta. Anche il Sudan trae benefici economici dall’export di greggio, grazie alle royalties che ammontano a circa 24 dollari per barile, ma la situazione di stallo attuale rischia di prolungare ulteriormente le difficoltà economiche di entrambi i paesi.

L’incertezza sul futuro del settore petrolifero continua, mentre la guerra e l’instabilità politica persistono, minacciando le prospettive di sviluppo economico nella regione.