di Giuseppe Gagliano –
La decisione del presidente Salva Kiir di estendere il governo di transizione del Sud Sudan fino al 2026 rappresenta un ulteriore rinvio per un paese già segnato da conflitti interni e gravi difficoltà economiche. La motivazione ufficiale, ossia la necessità di completare un censimento, creare un registro dei partiti politici e promulgare una nuova costituzione, maschera il crescente disfunzionamento del governo di Juba. Con l’instabilità regionale che si aggrava, in particolare a causa dei conflitti nei vicini Sudan e Etiopia, il Sud Sudan deve anche far fronte al crollo delle entrate petrolifere, la sua principale fonte di reddito. La situazione economica è sempre più critica, poiché la riduzione delle entrate petrolifere limita la capacità del governo di mantenere la stabilità interna, pagare i funzionari pubblici e garantire servizi essenziali. Al tempo stesso, la continua frammentazione delle fazioni politiche e l’incapacità di raggiungere un accordo sulle elezioni accentuano il rischio di nuovi scontri tra gruppi rivali. La popolazione, già provata da anni di conflitto civile, corruzione e mancanza di servizi, potrebbe reagire con un rinnovato malcontento sociale, aumentando la pressione sul governo. Tuttavia, l’estensione del mandato non sembra in grado di risolvere le cause profonde della crisi del paese, ma appare piuttosto come una strategia per mantenere al potere un governo debole e inefficiente. Il rischio è che nei prossimi due anni il Sud Sudan scivoli ulteriormente verso l’instabilità, con il rischio di nuove violenze e un ulteriore deterioramento delle condizioni economiche e sociali.




