Sud Sudan. La fragile pace di Juba sotto attacco

di Giuseppe Gagliano –

Gli scontri degli ultimi giorni tra le Forze di Difesa Popolare del Sud Sudan (SSPDF) e i ribelli dello SPLA-IO hanno riportato il Paese sull’orlo del baratro. Morti e feriti sono solo l’ultimo sintomo di una crisi che, dal 2018 a oggi, non ha mai smesso di covare sotto la cenere. Il rischio concreto è quello di assistere a un nuovo collasso dell’accordo di pace, con conseguenze non solo interne ma anche regionali.
L’intesa firmata da Salva Kiir e Riek Machar nel 2018 aveva segnato la fine di una guerra civile costata oltre 400.000 vite. Ma le radici del conflitto, affondate nelle divisioni etniche tra Dinka e Nuer e nella competizione per il potere, non sono mai state superate. La coabitazione forzata in un governo di unità nazionale si è trasformata presto in una tregua armata, continuamente messa alla prova da sospetti e rivalità.
La ripresa degli scontri non è solo una questione interna. Le notizie della presenza di truppe ugandesi a sostegno del governo alimentano il timore di una regionalizzazione del conflitto. Se l’Uganda dovesse davvero essere coinvolta, altre potenze regionali – dal Sudan all’Etiopia – potrebbero sfruttare la crisi per rafforzare la propria influenza. È lo scenario classico dei conflitti africani: guerre civili che diventano guerre per procura, moltiplicando la violenza e rendendo impossibile la mediazione.
Il Sud Sudan resta il Paese più giovane del mondo ma anche uno dei più fragili. Le sue ricchezze petrolifere, che dovrebbero garantire sviluppo e stabilità, si trasformano in una maledizione: fonte di corruzione, di competizione fra élite, di dipendenza dal vicino Sudan per l’export. Le sanzioni internazionali, i crolli del prezzo del greggio e la mancanza di infrastrutture aggravano il quadro. Una nuova fase di guerra civile significherebbe l’ennesimo colpo mortale a un’economia già incapace di garantire servizi essenziali e di sostenere i milioni di sfollati interni.
Non è un caso che Nicholas Haysom, capo della missione ONU in Sud Sudan, abbia parlato apertamente del rischio di una nuova guerra civile. Gli attacchi contro i civili, gli sfollamenti di massa e le tensioni etniche sono segnali inequivocabili di un Paese incapace di uscire dalla logica della violenza. L’ONU continua a svolgere un ruolo di monitoraggio, ma la sua influenza è limitata senza un impegno reale delle potenze regionali e delle grandi potenze globali.
Il Sud Sudan è nato nel 2011 tra le speranze del mondo intero, dopo decenni di guerra con Khartoum. Ma la promessa di un nuovo inizio si è infranta in appena due anni. Oggi, a quattordici anni dall’indipendenza, il Paese sembra ripercorrere lo stesso copione: un élite incapace di condividere il potere, eserciti paralleli pronti allo scontro, la popolazione civile trasformata in vittima e merce di scambio.
Il Sud Sudan non è un conflitto marginale. È un tassello nella geografia strategica dell’Africa orientale: vicino al Mar Rosso, ricco di petrolio, in un’area attraversata da corridoi energetici e commerciali contesi da Cina, Stati Uniti ed Europa. Ogni destabilizzazione rischia di avere ricadute ben oltre i confini nazionali. Per questo il ritorno della guerra civile non sarebbe solo una tragedia per Juba, ma un fattore di instabilità per l’intero continente.