di Giuseppe Gagliano

L’ordine impartito dal capo delle forze armate sud-sudanesi, Paul Nang Majok, di “schiacciare la ribellione” entro sette giorni non è solo una direttiva militare: è un atto politico che segnala l’ingresso del Paese in una fase di nuova escalation. L’obiettivo dichiarato è contenere l’avanzata delle forze dell’SPLA-IO nello Stato di Jonglei, dove i ribelli avrebbero conquistato aree strategiche e minacciato Bor, snodo chiave sulla rotta verso la capitale Juba.

Bor non è una città qualsiasi. È un simbolo della guerra civile del 2013–2018, il primo centro caduto in mano alle forze di opposizione e uno degli epicentri delle fratture etniche e politiche del Paese. Rafforzare Bor significa, di fatto, proteggere Juba e contenere un possibile ritorno del conflitto su scala nazionale.

La scadenza dei sette giorni riflette una logica di guerra lampo: dimostrare forza, ristabilire deterrenza, impedire ai ribelli di consolidare posizioni. L’esercito sud-sudanese, sostenuto da contingenti ugandesi, punta a ribaltare l’iniziativa sul campo. Tuttavia, la realtà operativa suggerisce rischi elevati: le forze governative soffrono di problemi strutturali, comando frammentato, logistica fragile e coesione limitata.

I ribelli dell’SPLA-IO, affiancati dai combattenti dell’Esercito Bianco, hanno dimostrato capacità di mobilitazione rapida e conoscenza del territorio. Se l’offensiva governativa fallisse o si impantanasse, l’effetto sarebbe opposto a quello desiderato: rafforzamento morale dei ribelli, delegittimazione dell’apparato statale e aumento delle probabilità di una nuova guerra civile estesa.

Sul piano politico, la crisi ruota attorno alla figura di Riek Machar, leader dell’opposizione e primo vicepresidente sospeso, oggi sotto processo con accuse di tradimento e crimini gravi. I timori che le minacce di avanzata verso Juba siano un mezzo di pressione per ottenerne la liberazione non sono infondati.

La rimozione di Angelina Teny, moglie di Machar, dal Ministero degli Interni rappresenta un ulteriore strappo nell’equilibrio già fragile del governo di unità nazionale. L’accordo di pace del 2018, fondato sulla condivisione del potere e su riforme mai pienamente attuate, appare sempre più svuotato. La sostituzione di Teny con un esponente lealista di Salva Kiir segnala una chiusura politica che rischia di trasformare la competizione istituzionale in scontro armato.

Una nuova fase di conflitto avrebbe conseguenze economiche devastanti. Il Sud Sudan resta uno Stato fragile, dipendente dal petrolio, dagli aiuti internazionali e da un equilibrio precario tra centro e periferia. L’intensificazione dei combattimenti in Jonglei e in altri Stati minaccia infrastrutture, commercio locale e sicurezza alimentare.

Gli attacchi aerei segnalati, con vittime civili e distruzione di mercati e strutture sanitarie, rischiano di generare nuovi flussi di sfollati, aggravando una crisi umanitaria cronica. L’instabilità allontana investimenti, paralizza le riforme e rafforza le economie informali e le reti armate.

Il coinvolgimento dell’Uganda al fianco dell’esercito sud-sudanese conferma che la crisi ha una dimensione regionale. Kampala vede la stabilità di Juba come un interesse strategico, ma il sostegno militare esterno può anche essere percepito come fattore di polarizzazione interna.

Le Nazioni Unite, attraverso UNMISS e la Commissione per i diritti umani, invocano la cessazione immediata delle ostilità e il ritorno al dialogo. Tuttavia, la capacità di incidere sul terreno resta limitata, mentre la leadership sud-sudanese sembra privilegiare la risposta militare rispetto alla mediazione politica.

L’ordine di Majok è, in ultima analisi, un test di autorità: sull’esercito, sul territorio e sulla narrativa del potere. Se l’operazione riuscirà, il governo di Salva Kiir potrà rivendicare il ristabilimento dell’ordine. Se fallirà, emergerà con maggiore chiarezza la fragilità dello Stato sud-sudanese e il rischio di una nuova spirale di violenza.

Il Sud Sudan si trova ancora una volta davanti allo stesso bivio: trasformare un conflitto latente in guerra aperta o recuperare, seppur tardivamente, lo spirito dell’accordo di pace del 2018. La finestra dei sette giorni è militare. Le conseguenze, però, saranno politiche, economiche e geopolitiche per anni.