di Giuseppe Gagliano –

Il Sudan vive una delle sue fasi più drammatiche e decisive. Dopo oltre due anni di guerra civile, il generale Abdel Fattah al-Burhan ha deciso di imprimere una svolta interna, ristrutturando i vertici delle Forze armate sudanesi (SAF) e rafforzando il controllo sulle milizie alleate. Una scelta che arriva non solo per necessità militari, ma come risposta politica e geopolitica a un conflitto che ha ormai trasformato il Paese in una polveriera regionale.

Il licenziamento e la sostituzione di alti ufficiali, inclusi comandanti dell’aeronautica e della difesa aerea, segnala la volontà di al-Burhan di ricompattare la catena di comando, eliminando possibili centri di potere paralleli. Una lezione appresa dalle Forze di supporto rapido (RSF), nate come braccio paramilitare dell’esercito e poi trasformatasi in rivale politico e militare, al punto da costituire un governo parallelo.

La riorganizzazione non è solo un fatto burocratico. Al-Burhan cerca di consolidare il fronte delle SAF in un momento critico: El-Fasher, capitale del Darfur settentrionale, è sotto assedio da oltre un anno e la tenuta delle regioni centrali ed orientali è messa a dura prova. In questo scenario, centralizzare il comando e subordinare tutte le milizie locali – dagli ex ribelli del Darfur alle brigate islamiste, fino ai civili armati – diventa essenziale per mantenere un minimo di capacità offensiva e difensiva.

La mossa risponde anche a un’esigenza di legittimità internazionale. Troppi ufficiali sudanesi, come l’ex comandante dell’aeronautica al-Tahir Mohamed al-Awad al-Amin, sono compromessi da sanzioni per crimini di guerra. Rinnovare i quadri militari serve anche a presentarsi, almeno formalmente, come interlocutori più accettabili agli occhi della comunità internazionale.

Non è un caso che la decisione sia arrivata pochi giorni dopo un incontro riservato a Ginevra tra al-Burhan e Massad Boulos, consigliere del Dipartimento di Stato americano per l’Africa. Si tratta del primo contatto di alto livello tra Khartoum e Washington dall’elezione di Trump, e indica che dietro le quinte si muove una diplomazia silenziosa. Per gli Stati Uniti, il Sudan resta un nodo strategico: crocevia tra il Corno d’Africa, il Mar Rosso e il Sahel, regioni sempre più decisive per rotte energetiche e traffici globali. Per al-Burhan, ottenere un riconoscimento, anche implicito, da Washington significherebbe rafforzare la propria posizione interna e, forse, accedere a nuovi canali di sostegno economico e militare.

Ma mentre i vertici giocano con gli equilibri di potere, il Paese sprofonda. Oltre 25 milioni di persone soffrono livelli estremi di fame, 5 milioni di bambini e madri sono colpiti da malnutrizione acuta, e il colera dilaga in territori privi di ospedali funzionanti. Più di 10 milioni di sfollati vivono in condizioni disperate, con gli aiuti umanitari bloccati dai combattimenti e dalle restrizioni imposte dalle parti in conflitto.

Le violenze contro i civili – stupri etnici, torture, esecuzioni sommarie – rivelano un conflitto che non è più solo militare, ma anche sociale ed esistenziale. Il rischio non è soltanto la balcanizzazione del Sudan, ma la sua implosione definitiva in una serie di feudi armati, con conseguenze devastanti per l’intero continente africano.

La crisi sudanese non è isolata. A nord c’è l’Egitto, preoccupato per la stabilità del Nilo e per la diga etiope del GERD; a est l’Eritrea e l’Etiopia, già segnate da tensioni interne e guerre civili; a ovest il Ciad e il Sahel, area strategica per le rotte migratorie e i traffici illeciti. Il Sudan rischia di diventare un catalizzatore di instabilità che altri attori internazionali, dagli Stati Uniti alla Russia, passando per i Paesi del Golfo, cercheranno di sfruttare.

In particolare, i Paesi del Golfo osservano con attenzione: il Sudan controlla parte delle coste sul Mar Rosso, corridoio vitale per il commercio globale e per la sicurezza energetica. Arabia Saudita ed Emirati non hanno mai nascosto l’interesse a mantenere una presenza in quell’area.

Le ONG chiedono che la Corte penale internazionale estenda le sue indagini a tutto il Sudan, dopo aver già incriminato leader per i massacri in Darfur. È un appello che ha un peso morale, ma che difficilmente troverà un rapido sbocco politico: le grandi potenze usano la giustizia internazionale come leva diplomatica, non come strumento neutrale.

Per al-Burhan, il calcolo è chiaro: mantenere saldo il controllo dell’esercito, eliminare i rivali interni e guadagnare tempo nella speranza che i negoziati, formali o informali, con gli Stati Uniti e altri attori possano garantire la sopravvivenza del suo regime.

Il Sudan non è più un conflitto locale. È il riflesso di un ordine internazionale frammentato, dove guerre civili, crisi umanitarie e strategie geopolitiche si intrecciano. Il destino del Paese dirà molto su come le grandi potenze intendono gestire i collassi statali del futuro: come teatri di guerra per procura o come emergenze da contenere. In entrambi i casi, a pagare il prezzo restano i sudanesi.