di Giuseppe Gagliano

La visita del generale Abdel Fattah al-Burhan a Riad è il segnale di un riallineamento silenzioso ma progressivo dell’Arabia Saudita verso le Forze Armate Sudanesi, nel pieno di una guerra civile che ha già prodotto la più grave crisi umanitaria contemporanea. Il colloquio con il principe ereditario Mohammed bin Salman va letto dentro una cornice più ampia: la sicurezza del Mar Rosso e la competizione intra-golfo per l’influenza nel Corno d’Africa.

Riad si era proposta fin dall’inizio come mediatrice, ospitando colloqui e sostenendo una roadmap internazionale per il cessate il fuoco. Ma la persistenza del conflitto e il peso crescente delle RSF, sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, hanno spinto l’Arabia Saudita a ridurre l’equidistanza. Oggi il regno sembra orientato a un sostegno politico più netto alle SAF: non tanto per ideologia, quanto per calcolo strategico.

Il Sudan affaccia su un tratto di costa che per Riad è ormai vitale. Il Mar Rosso è il corridoio della sicurezza nazionale saudita, il fronte esterno di Vision 2030 e il teatro su cui si gioca lo sviluppo turistico della costa. Instabilità, traffici illeciti ed estremismo che filtrano dal Sudan diventano una minaccia diretta. Da qui l’interesse a “contenere” il conflitto e a evitare che una potenza terza – regionale o extra-regionale – acquisisca un controllo sproporzionato di Khartoum e dei suoi porti.

Al-Burhan chiede più del sostegno diplomatico: chiede armi. Ma qui Riad frena. I dati del Stockholm International Peace Research Institute non registrano esportazioni saudite verso il Sudan nel secolo in corso. E i flussi d’armamento che alimentano la guerra arrivano soprattutto da altri attori. La cautela saudita risponde a due esigenze: non internazionalizzare ulteriormente il conflitto e non scivolare in una competizione militare aperta con Abu Dhabi.

La distanza tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non è nuova. Yemen, Mar Rosso, Africa orientale: i dossier si accumulano. In Sudan, Abu Dhabi inquadra la propria azione come lotta all’islamismo politico, mentre Riad teme che un’eccessiva ingerenza emiratina produca un’instabilità permanente. Per il regno, il rischio maggiore non è la presenza di attori islamisti in sé, ma la frammentazione cronica di uno Stato-chiave alle sue porte marittime.

La presenza di milizie islamiste che combattono al fianco delle SAF complica la narrativa. Riad rifiuta ogni ruolo alla Fratellanza Musulmana e lo ha messo nero su bianco nelle iniziative diplomatiche. Al-Burhan nega influenze dirette, ma la guerra, logorante e sempre più brutale, riduce gli spazi di controllo politico sulle alleanze sul campo.

La perdita di El-Fasher in Darfur settentrionale ha mostrato i limiti operativi delle SAF. Senza un riequilibrio sul piano militare, il rischio è un conflitto lungo, a bassa intensità ma ad alto impatto umanitario, che congela il Sudan in una condizione di Stato-cuscinetto instabile.

Per l’Arabia Saudita il Sudan non è un alleato ideologico, ma un tassello di sicurezza regionale. Stabilizzare Khartoum significa proteggere investimenti, rotte commerciali e progetti turistici. In questo senso, l’avvicinamento alle SAF non è una scelta di campo definitiva, ma un tentativo di impedire che il vuoto sudanese venga riempito da altri. Sul Mar Rosso, Riad non può permettersi spettatori.