di Giuseppe Gagliano –

Nel conflitto sudanese, che da oltre due anni divora il Paese, la vera svolta non si è consumata nelle strade di Khartoum, ma nel silenzio del deserto libico. La pista di al-Kufrah, nel sud-est della Libia, è diventata il perno logistico che ha permesso alle Forze di Supporto Rapido di ribaltare una fase sfavorevole della guerra contro le Forze Armate Sudanesi. Non è un dettaglio tattico: è un cambio di paradigma strategico.

Quando le SAF hanno ripreso Khartoum, molti osservatori hanno letto l’evento come l’inizio della fine per le RSF. È accaduto l’opposto. La riattivazione e l’ammodernamento di al-Kufrah hanno garantito un flusso continuo di rifornimenti, combattenti e mezzi. Il risultato è stato l’assedio e poi la caduta di el-Fasher, cuore del Darfur settentrionale, seguita da una sequenza di avanzate che ha consolidato il controllo paramilitare sull’Ovest del Paese. La guerra, più che spostarsi, ha cambiato baricentro.

La regione di al-Kufrah è sotto l’influenza dell’Esercito Nazionale Libico guidato da Khalifa Haftar. Ufficialmente neutrale, di fatto centrale in un corridoio che collega la Libia orientale al Sudan occidentale. Le accuse di un sostegno indiretto alle RSF si intrecciano con il ruolo degli Emirati Arabi Uniti, da tempo presenti nello scacchiere sudanese per interessi politici ed economici. Abu Dhabi nega, ma la convergenza tra voli cargo, tempi operativi e avanzate sul terreno racconta una storia coerente: senza al-Kufrah, le RSF non avrebbero avuto la stessa resilienza.

La dimensione economica completa il quadro. Gli Emirati avevano puntato su un grande investimento portuale sul Mar Rosso, poi cancellato da Port Sudan. La reazione sudanese è stata politica prima ancora che commerciale: interrompere un progetto da miliardi equivale a segnare una linea rossa. La guerra, qui, non è solo combattuta con armi e milizie ma con contratti, infrastrutture e accessi strategici.

Dal punto di vista operativo, al-Kufrah è una retrovia ideale: remota, protetta, collegata a un deserto che favorisce il movimento rapido e rende difficile l’interdizione. La conquista dei nodi di confine e delle basi nel triangolo tra Sudan, Libia ed Egitto ha spezzato le linee di rifornimento delle forze allineate alle SAF, isolando el-Fasher e aprendo varchi verso il Kordofan occidentale. È la dimostrazione che, nelle guerre contemporanee, la superiorità logistica può contare più della vittoria simbolica sulle capitali.

La Libia divisa continua a esportare instabilità. Al-Kufrah è l’emblema di una frontiera porosa dove traffici, milizie e interessi esterni si sovrappongono. Per il Sudan, significa una guerra che non può essere chiusa entro i confini nazionali. Per gli attori regionali, è l’occasione di influenzare l’esito del conflitto senza esporsi direttamente.

Dietro la mappa e le rotte aeree restano i numeri nudi: decine di migliaia di morti, milioni di sfollati, la carestia che avanza. Le RSF, eredi delle milizie janjaweed, combattono una guerra che è anche una resa dei conti storica nel Darfur. Al-Kufrah non è solo una pista: è il simbolo di come una guerra locale diventi regionale, e di come una scelta logistica possa decidere il destino di un Paese.