
di Giuseppe Gagliano –
Il generale Abdel Fattah al-Burhan stringe il controllo sull’esercito sudanese nel pieno della guerra civile, abolendo ruoli chiave e ridisegnando la catena di comando per concentrare nelle proprie mani il potere militare. Una mossa che va oltre la riorganizzazione e rivela il timore crescente di fratture interne, mentre il conflitto continua a devastare il Paese.
La decisione arriva dopo scosse ai vertici delle Forze Armate, tra rimozioni e promozioni che hanno rafforzato figure fidate come Yasser al Atta. Più che semplificare il comando, l’obiettivo appare quello di eliminare possibili centri alternativi di autorità. In una guerra senza esiti decisivi, la minaccia per chi guida non proviene solo dal fronte nemico ma anche da ufficiali che accumulano influenza e consenso.
A pagare il prezzo più alto sono figure considerate più pragmatiche, come il tenente generale Shams al-Din Kabbashi, marginalizzato insieme ad altri dirigenti di peso. Il segnale politico è chiaro: evitare che il peso istituzionale si trasformi in autonomia politica. In un Paese bloccato in una transizione senza sbocco, il controllo dell’esercito resta l’unica leva reale di potere.
La ristrutturazione conferma però anche una trasformazione più profonda del conflitto. Dall’aprile 2023 la guerra non è più soltanto lo scontro tra l’esercito e le Forze di Supporto Rapido guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, ma una competizione interna per il controllo delle risorse, delle fedeltà e della legittimità. Il prolungarsi delle ostilità ha rafforzato i comandanti sul campo e indebolito i centri decisionali, alimentando dinamiche tipiche delle guerre civili prolungate.
Centralizzando il comando, Burhan tenta di arginare questa frammentazione. Ma il rischio è opposto: una struttura più verticale può accelerare le decisioni, ma anche aumentare tensioni e risentimenti tra gli esclusi, favorendo alleanze sotterranee e ulteriori divisioni.
La mossa ha anche un chiaro obiettivo politico. Burhan punta a presentarsi come unico interlocutore nelle eventuali trattative sul futuro del Sudan, rafforzando la propria posizione negoziale. Sul fronte opposto, Hemedti cerca legittimazione internazionale attraverso il dialogo con Nazioni Unite sull’accesso umanitario, in un contesto in cui il controllo del territorio e la legittimità formale divergono sempre più.
Più che un segnale di forza, la stretta di Burhan indica una crescente insicurezza strategica. Il Sudan entra così in una fase ancora più instabile, in cui la guerra civile si intreccia con le divisioni interne all’apparato statale. Il rischio non è solo la prosecuzione del conflitto, ma la progressiva disintegrazione dell’esercito in un sistema di lealtà concorrenti, dove l’unità formale nasconde una frattura già avanzata.











