di Giuseppe Gagliano

La sentenza della Corte penale internazionale contro Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman, meglio noto come Ali Kushayb, rappresenta una svolta nella lunga e tragica vicenda del Darfur. Dopo oltre vent’anni di massacri, villaggi incendiati e centinaia di migliaia di morti, per la prima volta un comandante della milizia Janjaweed viene ritenuto colpevole di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Kushayb è stato riconosciuto responsabile di 27 capi d’imputazione legati agli attacchi compiuti tra il 2003 e il 2004, quando guidava le milizie arabe sostenute dal regime di Omar al-Bashir. I sopravvissuti hanno raccontato di stupri sistematici, torture, esecuzioni sommarie e interi villaggi cancellati dalla mappa. Per molti, questa condanna è una vittoria simbolica: dimostra che i crimini di massa possono essere perseguiti anche a distanza di decenni.

Eppure la giustizia arriva tardi e non basta a sanare le ferite. Il Darfur è stato l’epicentro di una guerra che dal 2003 al 2020 ha causato 300mila morti e 2,5 milioni di sfollati. La radice di quel conflitto resta irrisolta: tensioni etniche e marginalizzazione economica delle comunità non arabe.

La caduta di al-Bashir nel 2019 non ha eliminato quelle fratture. Le Rapid Support Forces (RSF), nate proprio dalle milizie Janjaweed, sono oggi protagoniste di una nuova guerra civile contro l’esercito sudanese. In Darfur si ripetono le stesse accuse di pulizia etnica contro le comunità non arabe, mosse da organizzazioni umanitarie, Regno Unito e Stati Uniti.

La vicenda di Kushayb dimostra come il fattore etnico e tribale continui a condizionare gli equilibri del Sudan, ma evidenzia anche il fallimento della comunità internazionale. Durante gli anni più sanguinosi, il Darfur fu teatro di un braccio di ferro geopolitico: Cina e Russia sostenevano Khartoum per i suoi giacimenti di petrolio, mentre Stati Uniti e UE agitavano la bandiera dei diritti umani ma senza mai intervenire in modo efficace.

Oggi la regione è di nuovo strategica. Il Sudan, con la sua posizione tra Mar Rosso e Sahel, è un tassello cruciale nelle rotte commerciali ed energetiche africane. La guerra in corso destabilizza i corridoi logistici, ostacola l’estrazione dell’oro e accresce la competizione tra Russia, Turchia, Emirati Arabi e potenze occidentali, tutte interessate a influenzare le forze in campo.

Il caso Kushayb mostra anche il legame tra giustizia penale internazionale ed economia di guerra. I Janjaweed furono finanziati e armati grazie ai proventi delle risorse naturali e al sostegno di sponsor regionali. Senza interrompere questi flussi, le condanne individuali rischiano di restare simboliche.

Le RSF, oggi accusate di nuovi crimini, controllano miniere d’oro e tassano traffici locali e transfrontalieri, garantendosi così autonomia finanziaria e un potere che sfugge allo Stato centrale. La CPI potrà condannare altri responsabili, ma finché le economie parallele alimentano i gruppi armati, il conflitto non si spegnerà.

La sentenza contro Kushayb è un atto di giustizia tardivo, ma utile a riaffermare un principio: i crimini contro i civili non restano impuniti. Tuttavia, l’attuale guerra civile e il collasso economico del Sudan rischiano di svuotarne il significato.

Il Paese ha bisogno di un processo politico inclusivo che superi le divisioni etniche e assicuri una distribuzione equa delle risorse, senza le quali nessuna pace potrà essere duratura. Ma con l’esercito e le RSF arroccati su posizioni di forza, la comunità internazionale appare divisa e lenta a reagire, mentre il Darfur si conferma il barometro dell’instabilità sudanese.