Sudan. Darfur: il cerchio di fuoco intorno a El-Fasher

di Giuseppe Gagliano

La guerra in Sudan ha raggiunto un nuovo livello di brutalità. Le Forze di Supporto Rapido (RSF), protagoniste del conflitto contro l’esercito regolare, hanno completato oltre 31 chilometri di barriere intorno alla città di El-Fasher, nel Darfur. Non si tratta di semplici fortificazioni difensive: sono muri di contenimento che permettono alle milizie paramilitari di controllare in modo assoluto il flusso di popolazione in entrata e in uscita dalla città. Di fatto, un assedio permanente.
Secondo lo Humanitarian Research Lab della Yale School of Public Health, le RSF hanno creato una vera e propria “kill box”, un’area chiusa in cui la popolazione civile diventa bersaglio facile e sistematico. Le infrastrutture vitali sono già state colpite: i danni all’Autorità per l’approvvigionamento idrico di El-Fasher rischiano di compromettere del tutto condizioni sanitarie già precarie. Alla violenza diretta si aggiunge l’arma della fame. Nella città assediata ogni giorno si muore per mancanza di cibo e medicinali.
Il Darfur conosce bene questo copione. Nel 2025, a El Geneina, le RSF hanno massacrato circa 15.000 civili appartenenti alla comunità Masalit. Ora, a El-Fasher, il modello si ripete: gli assalitori scelgono i non arabi come bersaglio delle esecuzioni, in una logica etnica che trasforma il conflitto in un genocidio. Non si tratta più di guerra civile, ma di un’operazione pianificata di pulizia etnica.
La denuncia di analisti ed esperti di Africa è chiara: i segnali sono inequivocabili. Eppure, la comunità internazionale resta quasi immobile. Le Nazioni Unite hanno lanciato allarmi, ma senza strumenti concreti per fermare le RSF. Gli Stati vicini osservano, divisi tra timore di un contagio del conflitto e calcoli politici. Le grandi potenze, impegnate su altri fronti globali, lasciano che il Darfur scivoli nuovamente verso l’abisso.
Il Sudan non è un Paese marginale. È un nodo strategico tra il Sahel e il Mar Rosso, attraversato da rotte commerciali, energetiche e migratorie cruciali. Lasciare che il Darfur precipiti in un genocidio significa destabilizzare un’intera regione già fragile, con ricadute su traffici, sicurezza alimentare e flussi migratori. Le RSF, forti di sostegni esterni e di un’economia di guerra basata su oro e contrabbando, dimostrano una capacità di resistenza che rende ancora più difficile ogni intervento.
La realtà è che la popolazione civile di El-Fasher è intrappolata in un cerchio di morte: assedio, fame, pulizia etnica. Non riconoscere in tempo i segnali di genocidio equivale a ripetere errori già visti nei Balcani e in Ruanda. Il richiamo degli osservatori è netto: bisogna agire ora. Ogni giorno che passa significa centinaia di vite spezzate e un futuro ancora più incerto per l’intero Sudan.