Sudan. El Fasher: la guerra e la menzogna. Quando i massacri scompaiono sotto una valanga di bot

di Giuseppe Gagliano

La caduta di El Fasher, capitale del Darfur Settentrionale, alla fine di ottobre 2025 è stata una cesura politica e umanitaria. Dopo mesi di assedio, fame e isolamento, la città è stata travolta dalle Rapid Support Forces, la milizia paramilitare guidata da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. Le immagini satellitari mostrano fosse comuni, quartieri rasi al suolo, una città svuotata. Ma nello spazio digitale, quasi nello stesso momento, El Fasher tornava improvvisamente “alla vita”.
Non per errore. Per progetto.
Il conflitto che dal 2023 oppone le Forze Armate Sudanesi del generale Abdel Fattah al-Burhan alle RSF è diventato un banco di prova della guerra contemporanea: violenza sul terreno, carestia come arma, e manipolazione sistematica dell’informazione. Qui il controllo del racconto conta quanto il controllo del territorio. E a El Fasher questo controllo è stato esercitato con mezzi industriali.
L’analisi del ricercatore Marc Owen Jones, pubblicata a fine dicembre 2025, ricostruisce una delle più vaste operazioni di influenza automatizzata degli ultimi anni. Tra il 5 e il 19 novembre, oltre 21.000 account hanno prodotto circa 80.000 messaggi su X, generando più di 90 milioni di visualizzazioni. La stragrande maggioranza di questi profili mostra tratti classici di automazione: creazione recente, biografie identiche, raffiche sincronizzate di contenuti, interazioni chiuse dentro reti artificiali.
Il messaggio era sempre lo stesso: El Fasher è stabile, i mercati riaprono, i bambini giocano, la normalità è tornata grazie alle RSF.
La narrazione costruita è chirurgica. Le RSF vengono dipinte come forza disciplinata e umanitaria. Le responsabilità della fame e delle distruzioni vengono attribuite all’esercito regolare e ai suoi alleati. Il quadro geopolitico viene riscritto: Egitto, Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Iran e Russia diventano i veri colpevoli del caos. Un attore, però, resta sistematicamente fuori dal campo visivo: gli Emirati Arabi Uniti.
Il sostegno logistico e militare delle Rapid Support Forces da parte degli Emirati Arabi Uniti è un elemento noto agli analisti, ma assente nel racconto online prodotto dai bot. Non è una dimenticanza. È l’obiettivo. L’operazione serve a ripulire l’immagine del proxy sul terreno e a neutralizzare, nello spazio informativo, l’impatto di un massacro.
Qui la disinformazione non nega i fatti: li seppellisce sotto un flusso continuo di normalità artificiale.
El Fasher mostra come le guerre regionali si giochino ormai su tre livelli simultanei: militare, umanitario e algoritmico. Il controllo degli hashtag diventa una forma di dominio. Gli algoritmi delle piattaforme social non sono neutrali: amplificano volume e frequenza, non verità. In un contesto con accesso limitato a giornalisti indipendenti, questo meccanismo diventa decisivo.
Il caso sudanese non è un’eccezione africana. È un precedente globale. Le stesse reti, nota Jones, sono state riutilizzate in altri teatri, dallo Yemen in poi. La guerra dell’informazione non accompagna più il conflitto: lo precede, lo copre, lo riscrive.
El Fasher è stata distrutta due volte. La prima dalle armi. La seconda dalla narrazione. E quando una strage può essere trasformata in un racconto di rinascita grazie a migliaia di profili automatici, il problema non è solo il Sudan. È l’architettura informativa del mondo in cui viviamo.