di Giuseppe Gagliano

A Mosca Sudan e Russia hanno firmato un protocollo di cooperazione economica e commerciale e due memorandum d’intesa nei settori dei trasporti, delle infrastrutture e del sistema bancario. La delegazione sudanese, guidata dal ministro dei Minerali Nur al-Daim Taha, e quella russa, con il ministro delle Risorse naturali Alexander Kozlov, hanno siglato un’intesa che segna l’avvio di una fase di partnership strategica. Per Khartoum significa uscire dal tunnel della guerra civile e riprendere il cammino della ricostruzione; per Mosca, consolidare la propria presenza nel Corno d’Africa, crocevia tra Mediterraneo, Mar Rosso e Oceano Indiano.

Il Sudan, devastato da anni di conflitto interno, ha infrastrutture distrutte e un’economia collassata. Il pacchetto di cooperazione prevede aperture agli investimenti russi in energia, minerali, petrolio, trasporti, ponti e aviazione civile. L’obiettivo dichiarato è riattivare le rotte commerciali, rafforzare il sistema bancario sudanese e trasformare il Paese in hub logistico regionale. Mosca ha garantito facilitazioni per le imprese private e pubbliche e formazione tecnica per la banca centrale sudanese. Secondo Kozlov, l’interscambio commerciale è già cresciuto del 92% grazie al recente slancio delle relazioni economiche.

L’intesa si inserisce nella strategia di Mosca di radicare la propria influenza in Africa tramite progetti energetici, concessioni minerarie, cooperazione militare e finanziaria. Con il Sudan, la Russia punta a un accesso privilegiato al Mar Rosso e al Corno d’Africa, area di crescente rilevanza geostrategica per le rotte commerciali globali e per il controllo delle vie marittime verso Suez e l’Oceano Indiano. L’operazione rientra nella più ampia politica russa di offrire ai Paesi africani un’alternativa alle relazioni con le potenze occidentali, spesso percepite come condizionate da vincoli politici e finanziari.

La cooperazione non riguarda solo l’economia: sullo sfondo resta la dimensione strategica. Khartoum ha chiesto a Mosca di classificare le Forze di Supporto Rapido (RSF) come organizzazione terroristica, un segnale che il Sudan mira ad assicurarsi sostegno politico e, potenzialmente, militare. L’eventuale consolidamento di una presenza logistica russa in Sudan rafforzerebbe il controllo delle rotte marittime e darebbe a Mosca un vantaggio competitivo nella partita navale del Mar Rosso.

Il Sudan necessita di capitali per ricostruire strade, porti e reti energetiche; la Russia, penalizzata dalle sanzioni occidentali, cerca sbocchi per le proprie imprese e nuovi mercati per fertilizzanti, metalli e macchinari. Se le promesse di investimento si tradurranno in cantieri concreti, il Sudan potrebbe accelerare il ritorno alla normalità economica e riposizionarsi come nodo regionale dei trasporti. Tuttavia, restano incognite: la sicurezza interna sudanese, la volatilità delle materie prime e le possibili reazioni occidentali a un rafforzamento russo nella regione.

La firma di Mosca e Khartoum arriva mentre all’Assemblea Generale dell’ONU i leader africani chiedono rapporti più equi con le potenze globali. Il patto dimostra che, nel nuovo disordine internazionale, la ricostruzione post-bellica diventa terreno di competizione geopolitica. Russia e Sudan convergono: il primo per aprirsi un corridoio strategico sull’Africa nord-orientale, il secondo per attrarre capitali e rompere l’isolamento imposto dalla guerra civile.