di Giuseppe Gagliano –
La riconquista della città di Bara da parte delle Forze Armate Sudanesi segna una svolta significativa nella guerra civile che da quasi tre anni devasta il Sudan e mette in luce come il conflitto interno sia ormai intrecciato con le tensioni geopolitiche del Mar Rosso e del Golfo Persico. La battaglia nel Kordofan Settentrionale non rappresenta soltanto un successo militare contro le milizie delle Forze di Supporto Rapido, ma riflette anche la fragilità economica del Paese e la sua forte dipendenza energetica dalle rotte del Golfo.
Situata lungo la direttrice che collega il Darfur con El Obeid, capitale dello Stato del Kordofan Settentrionale, Bara è un nodo logistico fondamentale per il controllo del corridoio occidentale del Sudan. Dall’ottobre scorso le Forze di Supporto Rapido avevano consolidato nella città una presenza militare strategica, utilizzandola come base per controllare le vie di rifornimento e proiettarsi verso le regioni centrali del Paese.
L’operazione dell’esercito sudanese è stata condotta con una tattica già utilizzata in altre fasi del conflitto: bombardamenti aerei preliminari per colpire veicoli e postazioni difensive delle milizie, seguiti da un’offensiva terrestre rapida proveniente dalle posizioni governative a nord di El Obeid. Secondo fonti militari sudanesi, i raid dell’aviazione avrebbero distrutto mezzi pesanti e gruppi di combattenti delle RSF prima dell’assalto finale, consentendo alle truppe governative di prendere il controllo degli accessi principali alla città e costringere le milizie a ritirarsi verso l’interno del Kordofan.
La battaglia avviene però in un contesto regionale sempre più instabile. Il Sudan dipende quasi completamente dalle importazioni di carburante provenienti dal Golfo Persico e l’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran, con attacchi contro infrastrutture energetiche, ha aumentato l’incertezza sulle rotte di approvvigionamento e sui prezzi del petrolio. La sicurezza dello Stretto di Hormuz e del Bab al Mandab è cruciale per il flusso energetico verso il Mar Rosso e l’Africa orientale: un’interruzione anche temporanea di questi corridoi potrebbe provocare un collasso energetico nel Paese nel giro di poche settimane.
Il governo sudanese sostiene di avere scorte di carburante sufficienti fino ad aprile, ma il ministro delle Finanze Gibril Ibrahim ha avvertito che un prolungamento della crisi nel Golfo avrebbe effetti molto pesanti sull’economia nazionale. La guerra civile ha già distrutto gran parte dell’apparato economico e la rete di distribuzione del carburante è indebolita da corruzione e frammentazione territoriale tra le diverse forze armate. Secondo l’ex ministro dell’Energia Adel Ali Ibrahim, un’eventuale chiusura dello Stretto di Hormuz provocherebbe un doppio shock: aumento dei prezzi globali e interruzione delle forniture.
Il Sudan potrebbe teoricamente cercare alternative logistiche attraverso il corridoio saudita verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso o tramite infrastrutture portuali dell’Oman, ma queste soluzioni richiedono capacità finanziaria, affidabilità creditizia e stabilità politica che il Paese oggi fatica a garantire. Intanto i prezzi interni dell’energia stanno già salendo rapidamente e il costo del gas domestico sarebbe aumentato di oltre il cinquanta per cento, anche a causa di fenomeni speculativi nel mercato interno.
In questo scenario il Mar Rosso assume un valore strategico decisivo. Port Sudan rappresenta l’unico grande sbocco commerciale del Paese e uno dei pochi asset economici ancora funzionanti. Il porto gestisce circa quattro miliardi di dollari di esportazioni e oltre sette miliardi di importazioni ogni anno, con terminal dedicati alle merci alla rinfusa, ai container e al petrolio del Sud Sudan attraverso il terminal Bashayer.
La posizione della costa sudanese, lunga circa ottocento chilometri, potrebbe trasformare il Paese in un hub logistico per l’Africa centrale, soprattutto per Stati senza accesso al mare come Ciad e Repubblica Centrafricana. Tuttavia le infrastrutture portuali restano limitate e non sono ancora in grado di accogliere le grandi navi portacontainer che dominano il commercio globale, mancando pescaggi profondi, gru moderne e terminal di trasbordo efficienti.
Il Sudan deve inoltre confrontarsi con una forte concorrenza regionale. I porti egiziani, le infrastrutture saudite e soprattutto il porto di Gibuti hanno già consolidato il loro ruolo di hub logistici tra Asia, Africa ed Europa. Senza investimenti massicci in porti, zone logistiche e collegamenti ferroviari con l’interno del continente, Port Sudan rischia di rimanere uno scalo regionale di capacità limitata.
A complicare ulteriormente il quadro c’è il ruolo degli Emirati Arabi Uniti. Il governo sudanese accusa Abu Dhabi di sostenere le Forze di Supporto Rapido con forniture militari avanzate, inclusi droni da combattimento e sistemi di difesa aerea. Non a caso, nella recente condanna degli attacchi missilistici iraniani contro Paesi del Golfo, Khartoum ha evitato di includere gli Emirati tra gli Stati colpiti, segnalando una frattura diplomatica con uno dei principali attori economici e militari del Mar Rosso.
La riconquista di Bara dimostra che l’esercito sudanese mantiene capacità operative rilevanti, ma il destino del Paese non dipenderà solo dall’andamento della guerra civile. Le rotte energetiche del Golfo, la sicurezza del Mar Rosso, la competizione tra potenze regionali e il controllo dei corridoi commerciali africani stanno trasformando il conflitto sudanese in una crisi strategica che riguarda l’intero equilibrio tra Medio Oriente, Africa e le rotte marittime che collegano Asia ed Europa.












