di Giuseppe Gagliano –

La crisi sudanese entra in una fase nuova e più pericolosa. L’Egitto non si limita più a sostenere diplomaticamente Khartoum, ma lascia intendere con chiarezza che un intervento militare non è più un tabù. Il messaggio è diretto alle Forze di supporto rapido: se la guerra civile continuerà a smantellare le istituzioni statali del Sudan, il Cairo agirà. Non per altruismo, ma per interesse strategico.

Per l’Egitto, il Sudan non è un Paese qualsiasi. È la profondità strategica meridionale, la cerniera tra il Nilo e il Corno d’Africa, il cuscinetto che separa il Sinai e il Mediterraneo dalle instabilità subsahariane. È in questa chiave che vanno lette le parole di Abdel Fattah al-Sisi: la sopravvivenza dello Stato sudanese è una linea rossa, perché il suo collasso avrebbe ricadute immediate sulla sicurezza egiziana.

Il riferimento all’accordo di difesa congiunta del 1976 non è casuale. È un trattato rimasto per decenni sulla carta, ma che oggi viene evocato come base giuridica per un possibile intervento. Un modo per dire che, se l’Egitto dovesse muoversi, non lo farebbe come potenza invasiva, ma come alleato chiamato a difendere uno Stato sovrano.

Il vero incubo del Cairo non è solo la violenza delle RSF, ma la prospettiva di una balcanizzazione del Sudan. L’ipotesi di governi paralleli, come quello annunciato dalle milizie, minaccia di trasformare il Paese in un mosaico di entità armate, terreno ideale per traffici, mercenari e interferenze esterne.

La caduta di el-Fasher in Darfur, ultima roccaforte delle Forze armate sudanesi nella regione, ha accelerato questo timore. Non è solo una sconfitta militare, ma un segnale politico: se l’esercito perde il controllo simbolico del territorio, la legittimità statale si dissolve. È qui che l’Egitto vede il punto di non ritorno.

Un intervento egiziano non assumerebbe la forma di una guerra totale. Più realistico è immaginare operazioni limitate: supporto logistico, intelligence, copertura aerea selettiva, protezione di snodi chiave lungo il confine e del corridoio del Nilo. L’obiettivo non sarebbe sconfiggere le RSF ovunque, ma impedire loro di trasformarsi in un attore politico riconosciuto e consolidato.

Il coordinamento con Abdel Fattah al-Burhan rafforza questa lettura. L’Egitto scommette sull’esercito regolare come unico interlocutore statuale possibile, accettando i suoi limiti pur di evitare il caos delle milizie.

La stabilità del Sudan ha un valore economico spesso sottovalutato. Le rotte commerciali terrestri verso l’Africa orientale, la sicurezza delle infrastrutture energetiche e, soprattutto, la gestione delle risorse idriche del Nilo sono dossier vitali per il Cairo. Un Sudan frammentato significherebbe meno controllo, più attori armati e maggiore vulnerabilità strategica.

Non è un caso che al centro dei colloqui bilaterali vi siano anche commercio, cooperazione economica e risorse idriche. Difendere lo Stato sudanese significa difendere la posizione negoziale dell’Egitto in un contesto regionale già segnato da competizione feroce sull’acqua e sulle vie di transito.

Sul piano internazionale, l’Egitto si muove con cautela. Il riferimento al sostegno della visione di Donald Trump e al coinvolgimento del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman indica la volontà di non agire in isolamento. Il Cairo cerca una copertura politica ampia, consapevole che il Sudan è ormai un campo di competizione regionale e globale.

Il messaggio egiziano è chiaro: la guerra sudanese non è più un affare interno. Se la logica delle milizie prevarrà definitivamente su quella statuale, l’Egitto interverrà. Non per risolvere la crisi, ma per contenerla. È una scelta di realismo strategico, che però apre a nuovi rischi: quando un conflitto civile attira gli eserciti dei vicini, la stabilizzazione promessa può facilmente trasformarsi in un’ulteriore escalation.