
di Giuseppe Gagliano –
L’iniziativa di pace promossa da Stati Uniti e Arabia Saudita sul dossier sudanese torna al centro della scena diplomatica, ma resta sospesa tra dichiarazioni solenni e una realtà militare che continua a smentirle. L’incontro a Port Sudan tra il capo dell’esercito Abdel Fattah al-Burhan e il vice ministro degli Esteri saudita Waleed al-Khuraiji rientra in questo schema: un tentativo di riattivare una “tabella di marcia” verso la stabilizzazione che, a oggi, appare più un perimetro negoziale che un vero processo di pacificazione.
Riad si propone come garante politico di una soluzione che salvaguardi l’unità dello Stato sudanese e, insieme a Washington, cerca di ricondurre il conflitto entro binari negoziali compatibili con gli equilibri regionali. Il coinvolgimento diretto della leadership saudita segnala un interesse che va oltre il Sudan: il Mar Rosso, le rotte commerciali, la sicurezza del Corno d’Africa. L’appoggio statunitense rafforza il peso dell’iniziativa, ma ne evidenzia anche il limite strutturale: senza un reale consenso delle parti in guerra, la sponsorizzazione esterna rischia di restare una cornice diplomatica priva di forza coercitiva.
Il rifiuto di al-Burhan di una precedente proposta di cessate-il-fuoco avanzata dal gruppo di mediazione composto da Stati Uniti, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti mostra quanto il terreno sia minato. Le accuse rivolte agli Emirati di sostenere i paramilitari hanno incrinato un fronte arabo un tempo compatto, trasformando il Sudan in uno spazio di competizione indiretta. In questo contesto, la convergenza tra Riad e Il Cairo sulla difesa della sovranità statale e dell’integrità territoriale assume un valore politico preciso: arginare il rischio di una balcanizzazione permanente del Paese.
Sul terreno, il conflitto resta bloccato in un equilibrio instabile. L’esercito controlla gran parte del territorio orientale e centrale, mentre le Forze di Supporto Rapido mantengono posizioni decisive a ovest, in particolare nel Darfur. Nessuna delle due parti dispone, al momento, della capacità di imporre una vittoria rapida. Questa stagnazione militare alimenta il paradosso sudanese: tutti parlano di pace, ma nessuno è disposto a concedere ciò che renderebbe la pace possibile.
Il Sudan è diventato un tassello sensibile nel mosaico del Medio Oriente allargato e dell’Africa nord-orientale. La stabilità del Paese incide sulla sicurezza delle rotte energetiche, sui flussi migratori e sulla competizione tra potenze regionali. Per Washington e Riad, una pacificazione controllata significherebbe ridurre un fattore di instabilità strategica; per l’esercito sudanese, significherebbe preservare il ruolo di garante dello Stato; per i paramilitari, evitare l’emarginazione politica. Finché questi obiettivi resteranno inconciliabili, ogni iniziativa di pace continuerà a scontrarsi con la logica della guerra.
Dopo quasi tre anni di conflitto, il Sudan resta prigioniero di una transizione mancata. Le mediazioni internazionali possono creare spazi di dialogo, ma non sostituire una decisione politica interna che ancora non si vede. La pace, oggi, è evocata come necessità condivisa; domani, per diventare realtà, dovrà trasformarsi in un compromesso accettato sul campo.











