di Giuseppe Gagliano

Con l’annuncio della riconquista totale di Khartum da parte delle Forze Armate Sudanesi (SAF), il generale Abdel Fattah al-Burhan celebra una vittoria dal forte valore simbolico e propagandistico. Ma basta grattare sotto la superficie per capire che il Sudan è tutt’altro che pacificato. Il conflitto contro le Rapid Support Forces (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo, alias Hemeti, è ben lontano dalla conclusione, e la guerra civile sudanese si configura ormai come uno degli epicentri strategici del disordine globale.

La presa del palazzo presidenziale, dell’aeroporto e di altri punti nevralgici di Khartum segna un punto a favore dell’esercito, ma non sancisce né la resa delle RSF né tantomeno la fine della guerra. Le parole di trionfo di al-Burhan si scontrano con la realtà: interi quartieri sono ridotti a macerie, molti miliziani sono ancora asserragliati nei centri urbani, e i civili restano intrappolati in una capitale devastata da due anni di battaglie.

Le RSF, lungi dal dichiararsi sconfitte, si ritirano verso il Darfur e siglano un’alleanza con lo SPLM-N di Abdelaziz al-Hilu. Una manovra che sposta il conflitto da uno scontro bipolare ad una guerra di coalizioni, potenzialmente ancora più frammentata e brutale. E intanto, anche Khartum “riconquistata” resta solo un guscio vuoto: politicamente fragile, logisticamente ingovernabile, umanamente svuotata.

Da un punto di vista militare l’alleanza tra le RSF e il Movimento del Nord per la Liberazione del Sudan rappresenta un salto di qualità per la ribellione armata. Lo SPLM-N controlla vaste porzioni del Sud Kordofan e del Nilo Azzurro, aree cruciali per l’approvvigionamento e le linee logistiche. L’attacco con droni su Damazin e la diga di Roseires dimostra che l’alleanza ha capacità operative coordinate e intende colpire infrastrutture critiche, anche lontane dal fronte di Khartum.

La guerra da urbana si fa territoriale. E da insurrezione, si evolve in contro-potere. Le SAF rischiano ora di dover combattere su più fronti e con risorse logistiche sempre più diluite, in un paese dove oltre 12 milioni di sfollati e la frammentazione delle catene di comando complicano ogni piano operativo.

A livello geopolitico il conflitto sudanese riflette le tensioni sistemiche dell’ordine mondiale in frantumi. Le RSF sono sospettate di aver ricevuto aiuti da attori esterni, tra cui potenze del Golfo e reti transfrontaliere. Le SAF godono di sostegno più formale (Egitto e alcune cancellerie arabe), ma in modo discontinuo. In assenza di un chiaro sponsor internazionale, il Sudan si è trasformato in un campo di battaglia per attori regionali, contractor, gruppi etnici e milizie armate, in cerca di spazio, vendetta o risorse.

E intanto l’occidente osserva con indifferenza crescente. L’Africa è scivolata nell’indice d’interesse delle diplomazie euroamericane, mentre l’instabilità nel Corno d’Africa aumenta. Il rischio? Che il Sudan diventi un nuovo “Siria d’Africa”: ingestibile, dimenticata, ma destinata a generare effetti collaterali su tutta la regione, dalle migrazioni alla proliferazione jihadista.

Valutazione strategico-militare:

– Punto di forza SAF: la riconquista di Khartum produce impatto mediatico e rappresenta il tentativo di ricompattare la catena di comando.

– Punto di forza RSF: ritirata strategica, mobilità, controllo territoriale nel Darfur e nuove alleanze operative.

– Vulnerabilità SAF: sovraestensione, pressione logistica, capacità limitata nel contenere azioni asimmetriche e attacchi su infrastrutture critiche.

– Vulnerabilità RSF: minore legittimità internazionale, dipendenza da reti informali, fragilità del fronte interno.

La battaglia per Khartum è una tappa, non un epilogo. La guerra sudanese ha cambiato pelle, ma non natura. Lontana dai riflettori, senza veri mediatori, affamata di risorse e segnata da crimini su larga scala, è il simbolo perfetto della crisi dell’Africa post-coloniale e del vuoto strategico lasciato dalle potenze globali. E ora che si riaccende il fronte del Darfur e il Sud si riorganizza, la domanda non è chi vincerà, ma per quanto tempo il Sudan potrà ancora sopravvivere come Stato unitario.