di Giuseppe Gagliano –
La presa di al-Fashir da parte delle Rfs e la scia di violenze che l’ha accompagnata hanno riportato il Sudan in primo piano. Spesso la guerra viene descritta come il prodotto quasi “naturale” della rivalità tra due comandanti: il generale Abdel Fattah al-Burhan, a capo delle Forze armate sudanesi, e Mohamed Hamdan Dagalo detto Hemetti, leader delle Forze di supporto rapido (Rfs). È una lettura comoda: concentra tutto su ambizioni, ego e colpi di mano. Ma la guerra sudanese non è soltanto una lotta per il potere. È un sistema economico e politico che vive di risorse, traffici, sponsor e complicità esterne. Non è la violenza che “deriva” dall’economia: è l’economia che ormai “deriva” dalla violenza.
Dal 15 aprile 2023 il Paese è precipitato in un conflitto totale. I due uomini forti erano stati alleati nella gestione della transizione dopo la caduta di Omar al-Bashir; poi la convivenza si è trasformata in competizione per lo Stato e per le sue leve materiali: apparati, porti, dogane, entrate, riconoscimento internazionale. Oggi la frattura è territoriale: al-Burhan resiste soprattutto nel nord e nell’est e usa Port Sudan come nodo politico e logistico; Hemetti mantiene una forte presa sull’ovest e su porzioni decisive della cintura centrale. Il Sudan è diventato un mosaico di linee del fronte, dove le mappe militari coincidono sempre più con quelle delle rendite.
Al-Fashir non è solo una città contesa: è una prova generale di metodo. La strategia attribuita alle Forze di supporto rapido punta a spezzare la società prima ancora delle difese: diffusione di filmati di torture, esecuzioni, intimidazioni, rapimenti, estorsioni. Sembra barbarie gratuita, ma è un calcolo: il panico riduce la resistenza, l’esodo svuota i quartieri, la paura sostituisce l’amministrazione. Quando il terrore diventa strumento di conquista, la guerra diventa replicabile e infinita.
Il costo umano è enorme e non è un effetto collaterale: è parte del dispositivo. Milioni di persone sono state costrette a fuggire dentro e fuori dal Paese; intere regioni vivono tra assedi, carestia e interruzione dei servizi essenziali. La fame diventa un’arma: svuota territori, rende le comunità ricattabili, crea dipendenza. E la dipendenza, in una guerra di milizie e reti, è potere.
Per capire perché il conflitto non si spegne bisogna seguire i flussi, non solo i fronti. L’oro è la vera moneta della guerra sudanese: estrazione, controllo delle miniere, trasporto, intermediazione, trasformazione in liquidità. Qui si innesta il ruolo degli Emirati Arabi Uniti e, in particolare, di Dubai come piazza commerciale e finanziaria capace di assorbire e “ripulire” il metallo, rendendo sostenibile lo sforzo bellico delle Forze di supporto rapido.
La relazione tra Hemetti e Abu Dhabi non nasce ieri. Si consolida negli anni in cui combattenti sudanesi vengono impiegati in guerre per procura e in cui la milizia costruisce una rete di entrate parallele. Oro, contratti, canali logistici: è così che una forza irregolare può reggere contro un esercito regolare, perché ha una retrovia economica più stabile di quella dello Stato.
Il Sudan in guerra dipende dall’esterno anche per sopravvivere economicamente. Il commercio, i beni essenziali, parte dei circuiti finanziari: tutto passa da canali che possono essere influenzati o condizionati. In questo quadro, l’interruzione o la selezione dei flussi commerciali diventa leva politica. Non si tratta solo di “sostenere” una parte: si tratta di modellare l’equilibrio interno decidendo chi paga stipendi, chi compra carburante, chi muove rifornimenti, chi mantiene la fedeltà delle reti locali.
Il conflitto sudanese è anche una guerra di corridoi. Le rotte attraversano deserti e confini porosi, si appoggiano su nodi regionali, passano da aree di controllo frammentato. Qui entrano in gioco altri attori: signori della guerra, mercenari, intermediari, strutture che garantiscono trasporto, armi, coperture. È una filiera in cui i passaggi “tecnici” contano quanto le vittorie sul campo.
Port Sudan non è soltanto un rifugio governativo: è un punto di pressione sul Mar Rosso, sulle rotte energetiche e mercantili, sulle ambizioni di influenza di potenze regionali e internazionali. In una guerra così, i porti diventano moneta geopolitica: chi controlla un molo controlla anche una parte del riconoscimento e del futuro. E più la guerra si prolunga, più cresce la tentazione di barattare pezzi di sovranità in cambio di sostegno.
Sulla carta, la risposta internazionale dovrebbe essere lineare: fermare il flusso che finanzia le atrocità. Nella pratica, emergono ambiguità e resistenze: interessi commerciali, alleanze regionali, prudenza diplomatica, timore di perdere accessi e interlocuzioni. Ne esce un paradosso: si condannano i crimini, ma si tollerano i meccanismi che li rendono sostenibili. E intanto la guerra si adatta, cambia rotta, trova un’altra intermediazione.
Il Sudan è diventato un epicentro perché incrocia tre dinamiche: frammentazione politica, competizione regionale e rendita geoeconomica. La rivalità tra due generali è il volto visibile; la filiera dell’oro, dei traffici e degli sponsor è il motore. Spegnere la guerra significa spegnere quel motore: ridurre la liquidità del conflitto, chiudere i canali di trasformazione dell’oro in potere, rendere costoso il terrore. Se non si spezza questa catena, ogni cessate il fuoco rischia di essere solo una pausa operativa, il tempo necessario per riorganizzare la prossima offensiva.




