di Giuseppe Gagliano –
Gli Emirati Arabi Uniti sono sempre più al centro delle accuse sul conflitto sudanese. Mentre Abu Dhabi continua a presentarsi come potenza moderna, affidabile e partner strategico dell’Occidente, cresce il numero di inchieste, rapporti internazionali e organizzazioni per i diritti umani che collegano gli Emirati al sostegno delle Forze di supporto rapido, la milizia accusata di massacri, pulizia etnica e violenze di massa nella guerra civile del Sudan.
Le accuse riguardano forniture di armi, appoggi logistici e reti di transito attraverso il Ciad. Gli Emirati negano ogni coinvolgimento e si dichiarano neutrali, ma il caso sta assumendo un peso politico sempre più difficile da ignorare.
Il Sudan è diventato uno dei teatri centrali della competizione geopolitica nel Mar Rosso. Controllare il Paese significa avere influenza sulle rotte commerciali tra Mediterraneo, Golfo e Oceano Indiano, oltre che accesso a risorse strategiche come l’oro. Ed è proprio l’oro sudanese uno dei nodi principali della vicenda: una parte consistente del metallo estratto illegalmente sarebbe transitata verso Dubai, uno dei maggiori hub mondiali del settore.
Secondo numerosi osservatori, Abu Dhabi avrebbe adottato una strategia già vista in altri scenari regionali, dallo Yemen alla Libia fino al Corno d’Africa: sostenere attori armati locali senza esporsi direttamente. Una guerra per procura che consente di ottenere influenza politica, accesso economico e presenza strategica evitando però il costo politico di un intervento ufficiale.
Le Forze di supporto rapido, nate dall’universo delle milizie janjaweed, sono considerate uno strumento particolarmente utile proprio per la loro natura paramilitare. Non un esercito regolare, ma una forza capace di controllare territori, imporre rapporti di forza e gestire reti economiche e militari parallele.
Stati Uniti e Regno Unito hanno già sanzionato alcuni vertici delle Forze di supporto rapido e società con sede negli Emirati, evitando però di accusare direttamente il governo di Abu Dhabi. Una prudenza che, secondo molti analisti, riflette il peso economico e strategico emiratino.
Gli Emirati sono infatti diventati parte integrante dell’economia politica occidentale: investimenti immobiliari, fondi sovrani, tecnologia, energia, porti, sport e finanza globale hanno costruito una rete di interessi difficilmente separabile dalla politica internazionale. Emblematico il caso di Sheikh Mansour bin Zayed Al Nahyan, vice primo ministro emiratino e proprietario del Manchester City, simbolo della capacità di Abu Dhabi di trasformare il calcio e l’intrattenimento in strumenti di influenza globale.
Dubai e Abu Dhabi hanno costruito negli anni un’immagine internazionale fondata su lusso, modernizzazione, sicurezza e grandi investimenti culturali e sportivi. Ma questa reputazione convive con una politica estera sempre più aggressiva, orientata a espandere l’influenza emiratina nel Mar Rosso, in Africa orientale e lungo le principali rotte commerciali.
Il conflitto sudanese diventa così il riflesso di una nuova competizione regionale che coinvolge anche Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Iran ed Egitto. E mentre il sistema internazionale continua a usare toni prudenti verso Abu Dhabi, in Sudan la guerra prosegue tra massacri, sfollamenti e crisi umanitaria.
Il nodo politico resta aperto: se gli Emirati hanno davvero sostenuto le Forze di supporto rapido, fino a che punto l’Occidente sarà disposto a mettere in discussione un alleato ricco, influente e strategicamente indispensabile?




