di Giuseppe Gagliano –
Le sanzioni approvate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro quattro comandanti delle Forze di supporto rapido (RSF) segnano più una presa d’atto che una svolta nel conflitto sudanese. Le misure, che colpiscono anche Abdul Rahim Hamdan Dagalo, arrivano infatti dopo la caduta di El-Fasher nell’ottobre 2025, ultima grande città del Darfur rimasta a lungo fuori dal controllo delle milizie paramilitari. La città è diventata il simbolo del collasso del Sudan e di una guerra che ha ormai superato i confini della classica guerra civile.
Secondo le Nazioni Unite, il conflitto presenta “tratti caratteristici di un genocidio”: esecuzioni sommarie, violenze sessuali sistematiche, deportazioni e repressione etnica hanno trasformato il Darfur in uno dei teatri più drammatici della crisi umanitaria globale. Le sanzioni, ovvero congelamento dei beni e divieti di viaggio, colpiscono figure centrali della struttura militare delle RSF, ma arrivano quando gran parte del danno strategico è già stato compiuto e la popolazione di El-Fasher è stata dispersa.
Il limite di queste misure è evidente anche sul piano politico e militare. Le Forze di supporto rapido non sono un gruppo armato isolato, ma una rete di potere che si alimenta attraverso traffici regionali, economie di guerra e relazioni transfrontaliere. Colpire singoli comandanti senza smantellare le reti finanziarie e logistiche che sostengono il conflitto rischia di avere un impatto limitato. La guerra sudanese si nutre infatti non solo di armi, ma di risorse economiche, commercio illegale e controllo delle rotte strategiche.
La conquista di El-Fasher ha mostrato anche la strategia militare delle milizie paramilitari: il controllo del territorio passa attraverso il terrore. Esecuzioni di massa, violenze sessuali e detenzioni collettive non rappresentano episodi isolati, ma strumenti sistematici per svuotare le città e spezzare la resistenza delle comunità locali. In questo quadro il Darfur non è soltanto una periferia, ma una regione chiave per il controllo di corridoi logistici e risorse che garantiscono la sopravvivenza economica della guerra.
La crisi umanitaria è diventata a sua volta un’arma strategica. Con oltre venti milioni di persone in grave insicurezza alimentare e milioni di sfollati, fame e distruzione delle infrastrutture non sono solo conseguenze del conflitto, ma leve di pressione. Bloccare gli aiuti, colpire i convogli umanitari e assediare le città significa indebolire la popolazione e rafforzare il potere di chi controlla la violenza.
Nonostante venga spesso descritta come una guerra civile tra esercito regolare e paramilitari, la crisi sudanese ha ormai una dimensione regionale. I flussi di profughi, la pressione sui confini con Ciad e Sud Sudan e il ruolo delle reti commerciali transfrontaliere inseriscono il conflitto in una più ampia competizione geopolitica che coinvolge Sahel, Corno d’Africa e Mar Rosso.
Il nodo centrale resta però il divario tra la gravità delle denunce internazionali e la debolezza degli strumenti disponibili. L’Onu riesce a identificare i responsabili e a documentare i crimini, ma fatica a incidere sugli equilibri militari sul terreno. Le sanzioni rappresentano un atto necessario per stabilire responsabilità politiche e morali, ma da sole non sono sufficienti a fermare la guerra.
Il Sudan appare così come uno specchio del disordine globale: uno Stato che si disgrega, milizie che finanziano il conflitto con economie parallele e una comunità internazionale capace di condannare, ma non di intervenire con efficacia. Intanto, mentre la diplomazia arriva dopo la devastazione, la domanda resta aperta: quante altre città dovranno cadere prima che la condanna internazionale si trasformi in una reale capacità di fermare il massacro?




