di Giuseppe Gagliano –
Per quasi due anni la guerra in Sudan è rimasta sullo sfondo, oscurata dalle crisi mediorientali e dalle tensioni con l’Iran. Ma la caduta di el-Fasher, accompagnata da massacri e atrocità, ha rimesso il conflitto al centro dell’attenzione. È in questo contesto che Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita, si prepara a esercitare pressioni dirette su Donald Trump affinché prenda posizione contro il sostegno emiratino alle Forze di supporto rapido. Una mossa insolita: i Paesi del Golfo tendono a evitare di mostrare pubblicamente le proprie divisioni davanti alla Casa Bianca. Questa volta, invece, potrebbero farlo apertamente.
Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono stati alleati stretti in tutte le principali crisi regionali dell’ultimo decennio, dallo Yemen alla lotta contro l’Iran. Ma sotto la superficie si è sviluppata una competizione crescente. In Yemen sostengono fronti diversi: gli Emirati puntano su un governo separatista del Sud, mentre Riad appoggia il governo riconosciuto internazionalmente. In Sudan, questa differenza si trasforma in scontro strategico: Abu Dhabi è accusata di sostenere le Forze di supporto rapido, mentre la Arabia Saudita e l’Egitto appoggiano l’Esercito sudanese. Quando Cairo e Riad convergono, si forma un “consenso arabo” che isola gli Emirati. E oggi la guerra sudanese è uno dei dossier su cui Abu Dhabi appare più isolata.
Le accuse che puntano il dito sugli Emirati riguardano il presunto sostegno militare e logistico alle RSF lungo rotte che attraversano la Libia orientale, il Ciad e persino il porto somalo di Bosaso. Abu Dhabi respinge ogni accusa, ma gli osservatori rilevano una costante: ovunque compaiano le RSF, emergono traffici di armi e catene di approvvigionamento difficili da tracciare. Le RSF, nate come milizia del Darfur e poi trasformate in forza paramilitare nazionale, si sono rese responsabili di massacri, stupri e saccheggi, soprattutto a el-Fasher. Le prove di questi crimini hanno aumentato la pressione internazionale sugli Emirati, costretti ora a confrontarsi con un costo reputazionale crescente.
Il generale Abdul Fattah al-Burhan, comandante dell’Esercito sudanese, ha detto chiaramente al principe saudita che la guerra non può finire senza la pressione americana sugli Emirati. È un messaggio politico pesante: Riad può provare a mediare, ma solo Washington può costringere Abu Dhabi a cambiare linea. Da qui la decisione di bin Salman di intervenire direttamente con Trump. La Casa Bianca attuale, dominata dalla personalità del presidente e diffidente verso la diplomazia tradizionale, favorisce questi contatti al massimo livello. Ciò che negli anni passati sarebbe stato gestito dai diplomatici, oggi richiede l’intervento personale dei leader.
Le dinamiche del Golfo si sono complicate negli ultimi anni. I rapporti di Abu Dhabi con la rete di affari di Jared Kushner, così come gli investimenti sauditi nello stesso circuito, hanno creato intrecci personali ed economici che spesso pesano più delle strutture istituzionali. Nel frattempo il Qatar, riabilitato dopo la crisi del 2017, si muove con abilità tra mediazioni, investimenti e influenze regionali. Gli Emirati, un tempo parte del blocco più coeso del Golfo, si trovano ora a competere non solo con Teheran, ma anche con partner arabi che vogliono ridurre il loro margine di manovra.
Il presidente Trump tende a privilegiare rapporti personali rispetto ai canali diplomatici. Lo hanno fatto la Turchia e l’Arabia Saudita quando hanno chiesto la revoca di alcune sanzioni sulla Siria; lo hanno fatto diversi leader arabi per ottenere un cessate il fuoco a Gaza. Ora bin Salman vuole fare lo stesso in Sudan, in un momento in cui l’opinione internazionale è sempre più critica verso le RSF. Per Abu Dhabi, questo colloquio rappresenta un rischio concreto: l’Arabia Saudita potrebbe convincere Washington a cambiare atteggiamento verso gli Emirati, sfruttando l’onda emotiva delle atrocità commesse.
Il Sudan è devastato: città distrutte, milioni di sfollati, carestie diffuse. Le RSF sono accusate di violenze sistematiche; l’Esercito sudanese, a sua volta, non è privo di responsabilità. Ma la stabilità del Paese, nella visione saudita, passa attraverso un rafforzamento dell’Esercito, considerato più prevedibile e più allineato alle dinamiche arabe. Gli Emirati, con il loro sostegno alle milizie, rappresentano invece un modello di intervento che privilegia attori non statali, capaci di garantire influenza a basso costo ma ad alto rischio di destabilizzazione. È questa la vera frattura tra Riad e Abu Dhabi: due modelli opposti di gestione del potere nel mondo arabo.
La guerra in Sudan non è più solo una guerra africana. È un punto di confronto tra monarchie del Golfo, un dossier usato per negoziare con Washington e una partita dove gli interessi di Egitto, Turchia e Somalia si sovrappongono. Se bin Salman convincerà Trump a esercitare pressione sugli Emirati, il conflitto potrebbe imboccare una strada diversa. Se ciò non accadrà, la guerra continuerà a bruciare, alimentata da milizie, traffici e rivalità, mentre l’ordine regionale del Golfo si frantuma in silenzi, competizioni e accuse incrociate.




