di Giuseppe Gagliano –
Mohamed Chande Othman, presidente della Missione Onu per il Sudan, ha esposto un rapporto di 19 pagine in cui parla di “operazione pianificata e organizzata che porta con sé le caratteristiche distintive del genocidio”, riferendosi ai 18 mesi di assedio e alla conseguente presa della città di El Fasher da parte delle Forze di Supporto Rapido (RFS), avvenuta lo scorso ottobre.
Mona Rishmawi, esperta della Missione di inchiesta, ha spiegato che “Le RSF hanno agito con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, le comunità zaghawa e fur a El Fasher”.
L’assedio è stato eseguito con una logica precisa: isolare, affamare, indebolire e infine distruggere. Le prove raccolte indicano che le violenze commesse non sono il risultato di eccessi incontrollati, ma parte di una strategia deliberata volta a colpire gruppi etnici specifici.
Il metodo è noto nella storia delle guerre moderne: la fame come arma, la distruzione delle infrastrutture civili, il blocco degli aiuti umanitari, seguiti da massacri, stupri e sparizioni. Non si tratta solo di conquistare un territorio, ma di cancellare la presenza stessa di una comunità percepita come ostile o incompatibile con il nuovo equilibrio di potere.
Le Forze di Supporto Rapido, protagoniste dell’offensiva, rappresentano l’evoluzione di una struttura paramilitare nata come strumento del potere centrale e progressivamente trasformata in un attore autonomo. Discendono direttamente dalle milizie che nei primi anni Duemila avevano già devastato il Darfur, lasciando centinaia di migliaia di morti.
Oggi queste forze non operano più come semplice supporto all’esercito, ma come un sistema militare parallelo, dotato di una propria catena di comando, capacità logistiche e accesso a armamenti avanzati. La conquista di El-Fasher dimostra la loro capacità di sostenere operazioni prolungate e coordinate, tipiche di una forza strutturata e non di una milizia irregolare.
L’assedio prolungato ha avuto un obiettivo chiaro: spezzare la capacità di resistenza della popolazione prima ancora dello scontro diretto. Privare una città di cibo, acqua e assistenza significa trasformarla in uno spazio di vulnerabilità totale. Quando la resistenza cede, la conquista diventa inevitabile e la distruzione può essere completata con rapidità.
Questa logica non è solo militare, ma psicologica. Serve a inviare un messaggio a tutte le altre città: la resistenza non porta alla liberazione, ma alla distruzione. In questo modo, la violenza diventa uno strumento di deterrenza e controllo territoriale.
Il conflitto sudanese non è isolato. Le prove indicano che le Forze di Supporto Rapido hanno ricevuto supporto logistico, armamenti e assistenza indiretta attraverso reti regionali. Il transito di armi attraverso Paesi vicini e il coinvolgimento di mercenari stranieri mostrano che la guerra sudanese è ormai parte di una competizione geopolitica più ampia.
Il Sudan occupa una posizione strategica cruciale tra il Mar Rosso, il Sahel e il Corno d’Africa. Controllarlo significa influenzare rotte commerciali, flussi migratori e accesso a risorse naturali. Per questo, il conflitto interno si intreccia con interessi esterni che contribuiscono a prolungarlo e intensificarlo.
La guerra civile iniziata nel 2023 non è solo uno scontro tra esercito e paramilitari. È una lotta per il controllo dello Stato stesso. Le Forze di Supporto Rapido non cercano semplicemente di vincere battaglie, ma di sostituire l’autorità statale con una propria struttura di potere.
In questo contesto, la violenza contro specifici gruppi etnici assume una funzione politica: eliminare potenziali oppositori e ridisegnare la composizione demografica delle aree conquistate. Il genocidio diventa così uno strumento di ingegneria politica e territoriale.
Nonostante le prove e le denunce, la comunità internazionale ha finora dimostrato una capacità limitata di intervenire efficacemente. Embargo sulle armi, sanzioni e richieste di indagini non hanno impedito l’escalation. Questo riflette un problema strutturale: quando un conflitto si svolge in un’area periferica del sistema internazionale, la risposta tende a essere lenta e insufficiente.
L’assenza di una risposta immediata rafforza la percezione di impunità. E l’impunità, nella logica della guerra, incoraggia la ripetizione delle atrocità.
Il conflitto sudanese rappresenta uno dei punti più critici della crisi africana contemporanea. La distruzione dello Stato apre spazi a milizie, mercenari e attori esterni, trasformando il Paese in un campo di competizione permanente.
Le conseguenze non si limitano al Sudan. L’instabilità si estende alle regioni vicine, alimentando traffici illegali, migrazioni forzate e nuove forme di conflitto.
Il genocidio, in questo contesto, non è solo una tragedia umanitaria. È il segnale di una trasformazione geopolitica più ampia, in cui la violenza diventa uno strumento per ridefinire gli equilibri di potere nel cuore dell’Africa.




