di Giuseppe Gagliano –
Le recenti sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro Abdel Fattah al-Burhan, capo dell’esercito sudanese e leader de facto del Paese, rappresentano un ulteriore tassello nella strategia di Washington per affrontare il conflitto in Sudan. Ma dietro le dichiarazioni ufficiali sul rispetto dei diritti umani e il sostegno a una transizione democratica, si nasconde una partita più complessa, dove il Sudan diventa il teatro di rivalità geopolitiche ed equilibri regionali instabili.
L’annuncio delle sanzioni, giunto il 16 gennaio, a pochi giorni dalla fine dell’amministrazione Biden, sottolinea il tentativo degli Stati Uniti di rafforzare la propria posizione in un conflitto dove, fino ad ora, hanno giocato un ruolo marginale. L’accusa mossa a al-Burhan è chiara: “attacchi letali contro i civili” e l’utilizzo della fame come arma di guerra. Tuttavia, le stesse critiche sono state rivolte anche al rivale di al-Burhan, Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemeti, leader delle Forze di Supporto Rapido (RSF), già sanzionato giorni prima per presunti crimini di genocidio.
Se da un lato le sanzioni congelano i beni di al-Burhan negli Stati Uniti e bloccano le transazioni finanziarie, dall’altro Washington continua a mantenere un approccio ambivalente verso gli attori esterni che alimentano il conflitto. Gli Emirati Arabi Uniti, accusati di rifornire le RSF, vengono citati solo indirettamente, evidenziando l’imbarazzo di criticare apertamente un alleato strategico.
Il Sudan, pur essendo lontano dai riflettori globali, è al centro di interessi che coinvolgono non solo gli attori locali, ma anche potenze regionali come gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Turchia. Gli Emirati, in particolare, sono stati accusati di armare le RSF attraverso una rete complessa che coinvolge Paesi come Uganda e Libia. Nonostante le pressioni americane, Abu Dhabi continua a giocare un ruolo ambiguo, giustificando le sue azioni con la necessità di mantenere una stabilità regionale, ma di fatto alimentando le tensioni.
Le critiche rivolte all’amministrazione Biden per aver trattato esercito e RSF come due forze ugualmente responsabili del conflitto riflettono la difficoltà di Washington nel distinguere tra il ruolo dei diversi attori. Sebbene sia vero che entrambi i gruppi abbiano commesso gravi violazioni, le RSF sono accusate di genocidio contro le comunità Masalit e Zaghawa, un crimine che non trova paragoni nelle azioni dell’esercito sudanese.
Secondo Nathaniel Raymond, direttore dell’HRL, questa politica di “equivalenza morale” ha contribuito a una gestione disastrosa del dossier sudanese, riducendo la capacità degli Stati Uniti di esercitare una reale influenza sul campo.
L’impatto reale delle sanzioni rimane incerto. La mossa potrebbe avere conseguenze immediate sul terreno, come il blocco dell’assistenza umanitaria o la radicalizzazione delle posizioni delle parti in conflitto. Allo stesso tempo, però, sembra più una dichiarazione di intenti che una strategia concreta.
Con un’amministrazione uscente, l’annuncio delle sanzioni rischia di essere percepito come una decisione simbolica, lasciando alla prossima presidenza l’onere di gestire le conseguenze. La sensazione è che, ancora una volta, il Sudan sia visto non come un Paese da salvare, ma come una pedina in una partita geopolitica più grande.
La guerra in Sudan non è solo una tragedia umanitaria, ma un conflitto che riflette le tensioni globali e regionali. Le sanzioni a al-Burhan sono un segnale, ma rischiano di rimanere un atto isolato se non accompagnate da una strategia più ampia e inclusiva. Il futuro del Sudan dipenderà non solo dalle scelte dei suoi leader, ma anche dalla volontà della comunità internazionale di affrontare con coerenza le vere cause del conflitto. Al momento, però, la politica americana sembra più interessata a salvare la faccia che a risolvere il problema.




