di Vincenzo Tartaglia –

La guerra civile in Sudan tra l’esercito governativo e le milizie RSF del generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti, prosegue senza esclusione di colpi. I combattimenti più intensi si concentrano nelle regioni del sud e nord Kordofan, nel Darfur e nelle aree di confine con la Libia.

riferiscono che l’esercito regolare sudanese ha respinto un recente attacco delle RSF alla città di Babanusa, nel Kordofan Occidentale. Nei giorni scorsi il segretario generale dell’ONU António Guterres ha lanciato un nuovo e urgente appello alla pace, chiedendo un cessate il fuoco immediato, la fine del flusso di armi provenienti dall’estero e il ritorno delle parti al tavolo dei negoziati.

Proprio sul tema delle forniture militari esterne, Sudan Tribune, Nigrizia e il Global Initiative Against Transnational Organized Crime (GI-TOC) riportano che il governo sudanese ha accusato gli Emirati Arabi Uniti di interferire negli affari interni del Paese e di sostenere militarmente le RSF. Khartoum ha inoltre intimato ad Abu Dhabi e alle milizie di Hemedti di cessare il contrabbando dell’oro sudanese.

Secondo le più recenti ricerche del GI-TOC, esiste una vasta rete di traffici che collega Abu Dhabi al Darfur. Le rotte identificate, alcune note da tempo, altre emerse più di recente, avrebbero tutte come punto di partenza, in termini logistici o finanziari, gli Emirati Arabi Uniti. Le autorità emiratine continuano a negare ogni coinvolgimento, ma gli indizi raccolti appaiono numerosi e consistenti.

La via di rifornimento più nota passa lungo il confine tra Ciad e Darfur, dove le RSF mantengono i loro bastioni. Attraverso questo corridoio, secondo le testimonianze raccolte, armi e denaro fluiscono verso Hemedti, mentre oro proveniente da miniere sudanesi, in particolare quella di Songo, controllata dalla famiglia del leader delle RSF, viene contrabbandato all’estero. Una rete che permette a Hemedti di finanziare la guerra contro il governo centrale e consolidare il suo controllo sul Darfur.

La popolazione civile della regione continua a essere vittima della brutalità delle RSF. I profughi in fuga da El Fasher, capoluogo del Darfur, denunciano esecuzioni sommarie di uomini disarmati, stupri di donne e ragazze e violenze sistematiche. Le stime indicano oltre duemila morti solo in quest’area.

A livello nazionale il bilancio è drammatico: oltre 12 milioni di sfollati, 25 milioni di persone a rischio fame e migliaia di morti e feriti. Secondo l’ISPI, il conflitto in Sudan rappresenta oggi una delle peggiori crisi umanitarie non solo dell’Africa, ma del mondo.

L’Egitto, che condivide un lungo confine con il Sudan e osserva con crescente preoccupazione gli sviluppi regionali, ha chiesto un cessate-il-fuoco e l’avvio di una tregua umanitaria totale per consentire un processo politico “sostenibile” che garantisca l’unità del Paese, come riportato da Egypt Independent.

Infine, secondo quanto riferito dal quotidiano Sudanile, il presidente e comandante in capo delle Forze Armate sudanesi, Abdel Fattah al-Burhan, ha ringraziato i mediatori internazionali per gli sforzi diplomatici in corso. Al tempo stesso, ha ribadito che una pace duratura sarà possibile solo dopo lo smantellamento e la sconfitta delle Forze di Supporto Rapido.