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Sebbene il conflitto persista in gran parte del Sudan, sono emerse sacche di relativa sicurezza e, ad oggi, oltre 1 milione di sfollati sudanesi sono tornati a casa. Altri 320.000 sono rientrati in Sudan dallo scorso anno, principalmente dall’Egitto e dal Sud Sudan, alcuni per valutare la situazione attuale nel Paese prima di decidere se tornare definitivamente.

Le persone stanno tornando principalmente negli Stati di Khartoum, Sennar e Al Jazirah, dove l’impatto di oltre due anni di guerra è immenso.

I direttori regionali di UNHCR e IOM hanno recentemente visitato Khartoum e hanno assistito a una devastazione diffusa e a una cronica mancanza di servizi per gli abitanti rimasti. Tra questi vi sono migliaia di sfollati sudanesi, rifugiati e richiedenti asilo ospitati in Sudan, molti dei quali sono stati completamente tagliati fuori dall’assistenza dall’inizio della guerra. Le visite hanno seguito una missione precedente in Sudan, a febbraio, da parte del Direttore Regionale dell’UNDP, volta a sviluppare soluzioni a lungo termine per sfollati e rifugiati, al fine di garantire mezzi di sussistenza e servizi di base.

Con le operazioni umanitarie gravemente sottofinanziate sia all’interno del Sudan che nei Paesi vicini che ospitano le persone costrette alla fuga, è necessario un aumento urgente del sostegno finanziario. I partner umanitari sottolineano che gli sforzi di recupero devono iniziare nelle aree che stanno diventando accessibili e relativamente più sicure. Allo stesso tempo, sono urgentemente necessari fondi per migliorare le condizioni dei rifugiati nei Paesi ospitanti.

“Più che una prova del desiderio delle persone di tornare nella loro terra natale, questi ritorni sono un grido disperato per la fine della guerra, affinché le persone possano tornare e ricostruire le proprie vite”, ha dichiarato Mamadou Dian Balde, Coordinatore Regionale per i Rifugiati per la crisi sudanese, appena rientrato da Khartoum e Wadi Halfa, al confine con l’Egitto. “Non solo segnano un cambiamento speranzoso ma fragile, indicano anche che i Paesi ospitanti, già sotto pressione, sono sempre più in difficoltà. Esortiamo una maggiore solidarietà internazionale con il popolo sudanese sradicato da questa guerra orribile e con i Paesi che hanno aperto le loro porte”.

Sebbene i combattimenti siano diminuiti nelle aree in cui le persone stanno tornando, le condizioni restano pericolose. Le infrastrutture pubbliche – linee elettriche, strade e sistemi di drenaggio – sono state completamente distrutte. Scuole e ospedali sono stati rovinati o trasformati in rifugi collettivi per famiglie sfollate. Documenti civili persi o distrutti e l’impossibilità di sostituirli impediscono l’accesso ai servizi esistenti. Oltre ai pericoli rappresentati da ordigni inesplosi, la violenza sessuale e le violazioni dei diritti dei bambini sono diffuse.

Parlando da Port Sudan subito dopo la sua visita a Khartoum, il Direttore Regionale dell’IOM, Othman Belbeisi, ha sottolineato la necessità di sostenere la scelta di chi decide volontariamente di tornare:

“Coloro che tornano a casa non sono sopravvissuti passivi, sono vitali per la ripresa del Sudan. Sì, la situazione umanitaria è grave, ma con il giusto supporto, le persone che tornano possono rivitalizzare le economie locali, ripristinare la vita comunitaria e alimentare la speranza dove è più necessaria. Ma non possono farlo da soli. Dobbiamo lavorare insieme ai partner locali per garantire che le persone non tornino a sistemi distrutti, ma alle fondamenta della pace, della dignità e delle opportunità. Le migliaia di persone che cercano di tornare a casa sono spinte dalla speranza, dalla resilienza e da un legame duraturo con il loro Paese. Tuttavia, è essenziale sottolineare che il ritorno deve rimanere una scelta volontaria, informata e dignitosa”.

“Chiunque sia stato costretto a lasciare casa conosce l’impulso travolgente di tornare», ha dichiarato Abdallah Al Dardari, Direttore dell’Ufficio Regionale UNDP per gli Stati Arabi. «Ma senza un’azione urgente, le persone torneranno in città in rovina. Siamo in una corsa contro il tempo per sgomberare le macerie e fornire acqua, elettricità e assistenza sanitaria. Dobbiamo anche offrire supporto a lungo termine per lavoro e imprese e affrontare i danni invisibili della guerra, anche con consulenza e assistenza legale per le donne vittime di violenza”.

Nonostante questi ritorni, centinaia di persone continuano a fuggire ogni giorno sia all’interno del Sudan che oltre i suoi confini, a causa del conflitto in corso, in particolare nelle regioni del Darfur e del Kordofan. Dopo oltre due anni, il popolo sudanese ha sofferto abbastanza e merita la fine dei combattimenti. È necessario trovare una soluzione politica alla crisi in Sudan per una pace duratura che permetta alle persone di tornare pienamente e ricostruire le proprie vite.