di Giuseppe Gagliano

Il Forum economico mondiale ha annunciato che il suo fondatore, Klaus Schwab, e la moglie Hilde sono stati ufficialmente “scagionati” dalle accuse che avevano portato alla clamorosa uscita di scena del cosiddetto “maestro di Davos”. L’inchiesta, affidata a due studi legali indipendenti, ha concluso che non esistevano prove di gravi irregolarità, nonostante la lettera anonima diffusa in aprile avesse agitato accuse pesanti: distrazione di fondi, utilizzo personale delle risorse dell’organizzazione, persino prelievi in contanti affidati a collaboratori.

L’inchiesta ha ridimensionato i fatti, riducendoli a “irregolarità minori” attribuite più alla confusione tra sfera privata e professionale che a un disegno fraudolento. Ma la vicenda segna un punto di non ritorno. Schwab, alla guida del Forum dal 1971, aveva scelto di dimettersi subito per non trascinare la transizione. Eppure, anche se formalmente riabilitato, rimane un personaggio controverso, simbolo di un’epoca in cui Davos è diventato al tempo stesso piattaforma di dialogo globale e bersaglio privilegiato delle critiche contro le élite economiche mondiali.

Il dopo-Schwab ha subito preso forma con il ritiro di Peter Brabeck-Letmathe, presidente ad interim ed ex capo di Nestlé. Il timone è passato a una coppia inedita: Larry Fink, leader del colosso finanziario BlackRock, e André Hoffmann, erede della dinastia farmaceutica Roche. Una scelta che non appare casuale: la finanza globale e la grande industria farmaceutica, già centrali nella gestione della pandemia e nelle nuove frontiere dell’economia, diventano i pilastri su cui rifondare l’autorità del Forum.

Il caso Schwab ha riacceso i riflettori sulle accuse ricorrenti: Davos come luogo di potere opaco, lontano dai cittadini, dove governi e multinazionali decidono strategie che influenzano miliardi di persone senza alcun mandato democratico. Le critiche, rafforzate dal clima post-pandemico, si intrecciano con le teorie complottistiche sul “nuovo ordine mondiale”, in cui Schwab è stato spesso dipinto come emblema di un’élite transnazionale dominatrice e indifferente alle disuguaglianze crescenti.

Resta da chiedersi quale futuro attenda Davos senza il suo architetto principale. Il Forum dovrà guadagnarsi una nuova legittimità in un mondo multipolare, segnato dal ritorno della guerra in Europa, dalla competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, e dall’ascesa di nuove potenze medie. La narrativa della “cooperazione globale” fatica a imporsi di fronte a catene di approvvigionamento frammentate, guerre commerciali e conflitti energetici.

La nuova leadership, espressione di colossi come BlackRock e Roche, mostra come il Forum punti a consolidarsi come strumento delle grandi filiere globali: finanza, sanità, tecnologia. Il rischio però è di accentuare l’immagine di una cabina di regia delle élite, distante dalla realtà di Paesi impoveriti dalla crisi del debito o da società occidentali lacerate dall’inflazione e dalle diseguaglianze. In questo senso la sfida per Davos non è soltanto interna ma geopolitica: riuscire a non apparire il braccio ideologico delle oligarchie globali, pena la perdita di credibilità in un’epoca in cui il consenso sociale è fragile.

Schwab lascia in eredità un’istituzione che ha saputo trasformarsi in marchio globale, capace di dettare l’agenda economica mondiale per oltre mezzo secolo. Ma lascia anche un interrogativo irrisolto: Davos è ancora una piattaforma di confronto, o è ormai un’arena di legittimazione delle disuguaglianze generate dalla globalizzazione? La sua uscita, sebbene segnata dal “blanchiment” ufficiale, rappresenta la fine di un ciclo. E il futuro del Forum dipenderà dalla capacità di ridefinire non solo la propria governance, ma soprattutto il proprio rapporto con un mondo che guarda con sempre più sospetto alle promesse delle élite globali.