di Giuseppe Gagliano –
La Terza Conferenza Internazionale sugli Studi Globali su Hong Kong, organizzata dall’Accademia Sinica di Taipei e dedicata a “Resilienza e trasformazione”, rappresenta esattamente ciò che Pechino teme: uno spazio transnazionale di riflessione critica su Hong Kong dopo l’imposizione della Legge sulla Sicurezza Nazionale del 2020. Si tratta di una piattaforma accademica capace di mettere in relazione studiosi, diaspora e memorie politiche in un contesto sottratto al controllo diretto del Partito comunista cinese.
Le pressioni esercitate su studiosi di Hong Kong affinché non partecipassero all’evento di Taipei seguono una logica ormai consolidata. La sicurezza nazionale non è più una sfera delimitata, ma una categoria totale che ingloba ricerca, insegnamento, viaggi accademici e cooperazione internazionale. In questo schema, qualsiasi scambio con Taiwan viene automaticamente sospettato di contenere elementi “sovversivi”.
Il coinvolgimento, diretto o indiretto, del Guoanbu, il Ministero della Sicurezza di Stato cinese, chiarisce la natura della questione, ovvero del coinvolgimento di un’intelligence preventiva. L’accademico non è più un ricercatore, bensì un potenziale vettore di reti, idee e narrazioni alternative a quelle ufficiali.
Taipei occupa un posto particolare nell’immaginario securitario di Pechino. Non è solo una questione di sovranità territoriale, ma di competizione narrativa. Taiwan rappresenta un modello politico che contraddice frontalmente l’idea secondo cui stabilità e sviluppo siano inseparabili dal controllo autoritario. Consentire a studiosi di Hong Kong di discutere liberamente a Taipei di resilienza, trasformazione e diaspora significa ammettere che Hong Kong non è un “caso chiuso”.
Da qui la strategia di isolamento progressivo: tagliare i legami accademici, delegittimare le istituzioni taiwanesi bollate come “separatiste”, intimidire i ricercatori attraverso avvisi informali e pressioni indirette. Il risultato non è tanto l’arresto o la repressione visibile, quanto la diffusione di un clima di autocensura strutturale.
Dal 2020 in poi le università di Hong Kong sono diventate uno degli obiettivi principali della ristrutturazione politica imposta da Pechino. Corsi modificati, docenti sotto osservazione, ricerche sensibili accantonate. Il messaggio è chiaro: la libertà accademica è tollerata solo finché non entra in conflitto con la narrazione ufficiale.
Gli episodi precedenti, dalle conferenze internazionali monitorate negli anni passati fino alle pressioni sulle selezioni di ricercatori all’Accademia Sinica, mostrano una linea coerente. La conoscenza non deve circolare liberamente se rischia di produrre interpretazioni non allineate. La scienza sociale, in particolare, viene percepita come pericolosa perché capace di collegare esperienza storica, identità e critica del potere.
Sul piano geopolitico, questa strategia riflette una priorità centrale dell’era Xi Jinping: impedire qualsiasi forma di coordinamento simbolico o intellettuale tra Hong Kong e Taiwan. Non perché queste reti possano rovesciare il potere, ma perché minano la narrazione di un ordine inevitabile e incontestabile.
Nel contesto delle crescenti tensioni sullo Stretto, Hong Kong viene trattata come un laboratorio di controllo preventivo. Ciò che oggi è limitazione degli scambi accademici, domani può diventare modello per altre realtà periferiche. La sicurezza nazionale diventa così un dispositivo di ingegneria sociale, applicato ben oltre i confini della repressione tradizionale.
Paradossalmente il tentativo di soffocare il dibattito accademico internazionale su Hong Kong conferma proprio la centralità di quel dibattito. La resilienza di cui parlano i ricercatori non è solo un concetto teorico, ma una pratica quotidiana fatta di scelte, rinunce e silenzi forzati. Pechino può limitare viaggi e conferenze, ma non può cancellare del tutto la memoria critica né il bisogno di interpretare ciò che Hong Kong è diventata.
La battaglia oggi non si gioca nelle piazze, ma nei seminari, nei paper non presentati, nelle conferenze mancate. Ed è proprio per questo che il potere le teme.




