di Giuseppe Gagliano –

Il Parlamento di Taiwan, controllato dall’opposizione, ha respinto il piano straordinario del governo da 210 miliardi di dollari taiwanesi, circa 6,6 miliardi di dollari statunitensi, destinato all’acquisto entro il 2031 di circa 210mila velivoli senza pilota, approvando al suo posto un programma da 240 miliardi distribuito su sei anni.

La proposta dell’opposizione prevede formalmente risorse superiori, ma introduce un limite indicativo di 40 miliardi di dollari taiwanesi all’anno e inserisce la spesa nel bilancio ordinario. Il governo teme che questo meccanismo renda più difficile programmare gli acquisti e sottoscrivere contratti pluriennali, sottoponendo ogni anno i finanziamenti alle trattative parlamentari.

Il Ministero della Difesa aveva previsto una spesa di 42,1 miliardi già nel 2027, superiore quindi al limite indicato dall’opposizione. Il Kuomintang sostiene invece che il controllo annuale sia necessario per evitare sprechi, favoritismi e acquisti non sufficientemente valutati.

Il programma nasce dall’esperienza delle guerre più recenti, che hanno mostrato il crescente ruolo dei velivoli senza pilota nelle operazioni di ricognizione, attacco, correzione del tiro e saturazione delle difese. In caso di blocco navale o invasione cinese, Taiwan punta a utilizzarli in grandi quantità per sorvegliare lo Stretto, individuare unità navali, contrastare operazioni di sbarco e mantenere i collegamenti tra le proprie forze.

La previsione di acquistare circa 210mila apparecchi riflette anche la necessità di sostenere perdite molto elevate in un eventuale conflitto. La superiorità cinese nei sistemi di guerra elettronica, nei missili e nelle capacità di attacco potrebbe infatti distruggere rapidamente migliaia di unità, centri di controllo e depositi.

La quantità rappresenta tuttavia soltanto una parte del problema. Taipei dovrà garantire operatori addestrati, comunicazioni protette, batterie, componenti di ricambio, sistemi di comando e capacità di funzionamento anche in presenza di forti interferenze elettroniche. Sarà inoltre necessario distribuire depositi e centri operativi per ridurne la vulnerabilità agli attacchi cinesi.

Il programma ha anche un’importante dimensione industriale. Taiwan punta a sviluppare una filiera nazionale per motori, sensori, sistemi di comunicazione e tecnologie di guida, riducendo contemporaneamente la dipendenza dai componenti prodotti nella Cina continentale.

La certezza di contratti pluriennali permetterebbe alle aziende taiwanesi di ampliare gli stabilimenti, assumere personale e investire nello sviluppo di nuovi sistemi. L’incertezza determinata dall’approvazione annuale delle risorse potrebbe invece rallentare gli investimenti. L’obiettivo strategico non è soltanto accumulare scorte, ma costruire una capacità produttiva in grado di continuare a fornire e riparare apparecchi anche durante una crisi.

Lo scontro parlamentare coincide con il rafforzamento dell’attività diplomatica taiwanese nel Pacifico. Il ministro degli Esteri Lin Chia lung si è recato a Palau per incontri con i Paesi insulari della regione, provocando le proteste di Pechino, che considera Taiwan parte del territorio cinese.

Taipei mantiene relazioni diplomatiche formali con Palau, Tuvalu e Isole Marshall, Paesi che assumono un’importanza strategica anche per la loro posizione nel Pacifico. La regione è diventata uno dei terreni della competizione tra Cina e Stati Uniti, con investimenti nelle infrastrutture, cooperazione nella sicurezza e crescente attenzione verso porti, aeroporti e rotte marittime.

La disputa sui finanziamenti mostra infine uno dei problemi centrali della strategia taiwanese. Mentre Pechino può programmare rapidamente i propri investimenti militari, Taipei deve conciliare le esigenze della difesa con il confronto parlamentare. La capacità di costruire un arsenale numeroso e un’industria in grado di sostenerlo dipenderà quindi anche dalla possibilità di trovare un accordo politico stabile sui finanziamenti necessari alla deterrenza nei confronti della Cina.