di Giuseppe Gagliano –

Il Parlamento Europeo ha recentemente approvato una mozione, presentata da membri dell’Inter-Parliamentary Alliance on China (IPAC), affermando che la risoluzione ONU 2758 del 1971 non influisce sulla partecipazione di Taiwan alle Nazioni Unite o ad altre organizzazioni internazionali. La risoluzione, adottata nel 1971, riconosceva la Repubblica Popolare Cinese come il legittimo rappresentante della Cina presso le Nazioni Unite, escludendo Taiwan dai seggi e dagli organi internazionali dell’ONU.

L’iniziativa del Parlamento Europeo è stata interpretata da Pechino come un tentativo di rivedere un accordo consolidato per favorire una posizione più aperta nei confronti di Taiwan, suscitando preoccupazione e critica da parte della Cina, che considera questo atto una forma di ingerenza negli affari interni. Dal punto di vista di Pechino, la mozione rappresenta un precedente che incoraggia altre nazioni e istituzioni a rivalutare la posizione di Taiwan, sollevando interrogativi sul futuro delle relazioni diplomatiche tra l’Unione Europea e la Cina. La risoluzione ONU 2758 è considerata da Pechino un elemento fondamentale per la sovranità cinese e riconosce Taiwan come parte integrante della Cina; la recente mozione del Parlamento Europeo è vista come una potenziale minaccia alla stabilità dei rapporti diplomatici e commerciali.

In questo contesto si colloca l’influenza dell’IPAC, una coalizione internazionale di parlamentari critica nei confronti delle politiche cinesi, il cui operato viene percepito come un fattore rilevante nel consolidare una linea di confronto e di distacco con Pechino. L’influenza dell’IPAC ha contribuito a una politica europea più schierata con le posizioni statunitensi e occidentali su temi come Taiwan, suscitando la preoccupazione della Cina rispetto a un possibile allineamento dell’Unione Europea con politiche di contenimento nei suoi confronti. Le relazioni economiche e commerciali tra Bruxelles e Pechino sono significative e una spaccatura sul tema di Taiwan potrebbe comportare ripercussioni per le collaborazioni in settori strategici e per la stabilità delle relazioni bilaterali. Questo approccio potrebbe influire negativamente sugli scambi commerciali, sulla cooperazione tecnologica e sugli equilibri geopolitici, rendendo necessario un dialogo diplomatico che tenga conto del rispetto dei principi di sovranità e di non ingerenza.