GeoIdee

Tbilisi in 48 ore, tra Europa e Caucaso

Terme sulfuree, la fortezza di Narikala, i mercati del Novecento sovietico e il vino delle anfore: due giorni nella capitale sospesa tra due mondi.

Testo della redazione · 5 min di lettura

Tbilisi va vista adesso, mentre è ancora sospesa tra due mondi: i caffè che parlano inglese e guardano a Bruxelles, e i cortili in legno intagliato dove il tempo si misura in generazioni. La capitale georgiana è una città di poco più di un milione di abitanti incastonata nella valle del fiume Kura, a metà strada — geografica, politica, sentimentale — tra l’Europa e il Caucaso. Due giorni non bastano per capirla, ma bastano per capire perché tutti quelli che ci passano ne parlano allo stesso modo: con la voglia di tornarci.

Giorno 1 · Mattina

Il quartiere delle acque calde

Si comincia da dove è cominciata la città: Abanotubani, il quartiere delle terme ai piedi della collina della fortezza. Le cupole di mattoni spuntano a livello della strada come dorsi di tartaruga, e sotto scorre l’acqua sulfurea che diede il nome alla capitale: “tbili” in georgiano significa caldo. La leggenda vuole che re Vakhtang Gorgasali abbia deciso di fondare qui la città nel V secolo dopo che il suo falco, inseguendo un fagiano, cadde in una sorgente bollente.

Il bagno va fatto subito, a inizio viaggio: una sala privata costa meno di una cena in Italia e un’ora nell’acqua sulfurea azzera il fuso e la stanchezza del volo. Le opzioni vanno dal coloratissimo Ch’reli Abano, con la facciata di maioliche azzurre che sembra uscita da Samarcanda, ai bagni storici frequentati un tempo da Puškin e Dumas. Chi vuole il rito completo chieda il “kisa”: un guanto ruvido e un’insaponata energica somministrata senza troppi riguardi. Se ne esce come nuovi.

Giorno 1 · Pomeriggio

La fortezza, i vicoli, le fedi

Dal parco Rike, sulla riva sinistra, parte la funivia che in pochi minuti sale alla fortezza di Narikala, la sentinella che domina la città dal IV secolo: l’hanno tenuta persiani, arabi, mongoli e georgiani, e dai suoi spalti si legge tutta la geografia urbana. Accanto alle mura, i venti metri d’alluminio di Kartlis Deda, la Madre Georgia, riassumono il carattere nazionale meglio di qualunque saggio: nella sinistra una coppa di vino per gli amici, nella destra una spada per i nemici.

La discesa va fatta a piedi lungo il crinale di Sololaki e dentro i vicoli della città vecchia: balconi in legno intagliato che sporgono come logge teatrali, cortili condivisi dove il bucato attraversa la strada da una casa all’altra. In poche centinaia di metri si incrociano la basilica di Anchiskhati, la più antica della città (VI secolo), la cattedrale di Sioni con la croce di tralci di vite di santa Nino, la cattedrale armena di San Giorgio, la Grande Sinagoga e la moschea Juma, dove sciiti e sunniti pregano sotto lo stesso tetto: la Tiflis ottocentesca era una delle città più cosmopolite dell’impero zarista, e il mosaico si vede ancora. Si sbuca al Meidan, la piazza del mercato storico, e da lì al ponte di Metekhi, con la chiesa a strapiombo sul fiume e la statua equestre del re fondatore.

Giorno 1 · Sera

La tavola come istituzione

La cena in Georgia non è un pasto: è una supra, un banchetto con le sue regole e il suo cerimoniere, il tamada, che guida i brindisi. Anche senza arrivare a tanto, quattro assaggi sono obbligatori. I khinkali, i ravioloni pieni di brodo: si prendono con le mani dal codino di pasta, si morde un angolo, si beve il brodo e poi il resto — la forchetta è un’ammissione di sconfitta, e i codini restano nel piatto a fare il conteggio. Il khachapuri adjaruli, la barca di pane con formaggio fuso, burro e uovo da mescolare al tavolo. Le badrijani, involtini di melanzana con crema di noci e melagrana. E il lobio, i fagioli in pentola di coccio che sono la cucina di casa georgiana al suo meglio. Si annaffia tutto con il vino dei qvevri, le anfore interrate dove il mosto fermenta con le bucce da ottomila vendemmie: l’Unesco ha iscritto il metodo nel patrimonio dell’umanità, i sommelier di mezzo mondo lo chiamano orange wine, i georgiani lo chiamano semplicemente vino.

Nella sinistra una coppa di vino per gli amici, nella destra una spada per i nemici.

Giorno 2 · Mattina

Il viale, i musei, il Novecento al mercato

Il secondo giorno comincia da piazza della Libertà e risale il viale Rustaveli, l’arteria ottocentesca intitolata al poeta nazionale: il Parlamento, il Teatro dell’Opera moresco, la Galleria Nazionale con i pittori georgiani del primo Novecento e il Museo della Georgia, dove la sala del tesoro archeologico allinea ori precristiani di tremila anni. È il chilometro che ha visto tutte le rivoluzioni georgiane, compresa quella delle Rose del 2003.

Poi si scende al Dry Bridge Market, il mercato delle pulci sul ponte secco: medaglie sovietiche, macchine a telemetro, samovar e servizi da tè di famiglie che non ci sono più. Mezz’ora tra questi banchi racconta il Novecento georgiano meglio di un museo: ogni oggetto è un pezzo di biografia venduto per necessità o per liberazione. Si contratta, con garbo. Gli appassionati di architettura allunghino fino a piazza Gudiashvili, appena restaurata, per le facciate art nouveau.

Giorno 2 · Pomeriggio

La città che viene

Attraversato il fiume sul Ponte della Pace — la vela di vetro e acciaio accolta dai tbilisini con l’ironia riservata a ogni architettura calata dall’alto — si arriva a Fabrika, l’ex fabbrica sovietica di cucito trasformata in ostello, studi d’artista e caffè attorno a un cortile pieno di murales. È il posto giusto per capire la Tbilisi dei venti-trentenni: quella che lavora in inglese, discute di Europa e ha fatto della città una capitale del design e della musica elettronica, con i club techno ricavati in piscine sovietiche e sottopassi diventati pellegrinaggio da tutto il continente.

Il congedo è in alto: la funicolare di Mtatsminda, in servizio dal 1905, sale al parco sulla collina santa passando per il Pantheon degli scrittori. Da lassù, al tramonto, la città si accende tutta insieme — la cattedrale dorata di Sameba, le torri nuove sul fiume, le colline che chiudono l’orizzonte verso il Grande Caucaso. Si chiude con un bicchiere di saperavi guardando le luci.

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